PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (3/3)

Segue da PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (2/3)

Alla voce sentimenti: Aharon Markus era un autodidatta, che da sé aveva imparato sei lingue (tra cui l’arabo e lo spagnolo); amava la musica classica, e i l suo hobby era copiare partiture per i l Teatro dell’Opera di Varsavia. … Era un uomo dall’animo delicato, elegante e accurato nel vestire. Fino allo scoppio della guerra usava portare un garofano all’occhiello. (Nel risvolto interno del bavero della sua giacca era cucito un piccolo ditale di stagno, che il  farmacista teneva sempre pieno d’acqua per il gambo del fiore.) … In quel periodo l’ex farmacista aveva cominciato – non si sa per quale sua personale ragione – a eseguire i suoi estenuanti esperimenti sul sentimento umano. Aveva disegnato dapprima una mappa in cui aveva annotato a uno a uno tutti i sentimenti umani conosciuti, aveva catalogato quei sentimenti dividendoli per categorie, ne aveva espurgato i sinonimi descriventi, in pratica, uno stesso sentimento, aveva diviso la lista in “sentimenti mentali” (cioè del cervello) e “sentimenti cordiali” (cioè “del cuore”, “dell’anima”), e poi in sentimenti “primari” e “secondari”. Poi aveva cominciato a seguire attentamente se stesso e i suoi pochi amici, con l’intenzione di individuare i sentimenti più “attivi”, cioè i sentimenti che hanno maggiore influenza sull’anima umana. … «Con grande commozione eccomi ad annotare quanto segue: si sappia che tra “timore” e “terrore” ho scoperto e definito e denominato altre sette sfumature di sentimento, più o meno forti ma tutte, senza dubbio alcuno, “sentimenti primari”» … Aharon Markus cominciò a effettuare incroci tra sentimenti che fino ad allora erano considerati del tutto diversi, perfino nemici. Quell’uomo che tra sé e sé si era affibbiato, con superba modestia, l’appellativo di “astronauta del sentimento”, tentò di accoppiare, per esempio, il timore con la speranza; o la malinconia col desiderio nostalgico; facendo ciò, a quanto pare, cercava il modo di introdurre in ogni sentimento spiacevole, dannoso e rovinoso, il seme del suo stesso superamento. Della salvezza da se stesso … «E ciò fece, il nostro Markus, con una strana fretta, quasi il tempo stringesse… e suo desiderio era di moderare la malvagità, di ammorbidirla, di calmarla, di infettarla con i microbi ragionevoli e tristi della sofferenza, e chi mai potrà capire l’animo di un artista?…».

(David Grossman – Vedi alla voce: amore – 1986)

Il fatto che l’arte israeliana sia diventata sensibile “al dolore degli altri”, testimonia che possiede un nucleo e un impegno umanistici. Non richiedendo l’esclusività per il loro lutto, gli Israeliani dimostrano di riconoscere che è inclusivo, e di avere a cuore i valori di vita e pace in modo più profondo che mai.

(Hannah Naveh – Esiste un luogo – 2009)

L’identità: multi-etnicità, la diversità, il militarismo, il conflitto, che sarà di noi?

Durar Bacri - Autoritratto con capra (2006)Durar Bacri, un giovane artista arabo di Acco, proviene da una grande famiglia le cui radici in Israele risalgono a 600 anni fa. I suoi quadri affrontano questioni riguardanti la sua identità e stile di vita in quanto arabo che vive nello stato ebraico in cui è nato. Da un lato Bacri cerca di integrarsi nella vita culturale, dall’altro ha premura di onorare e ricordare le sue radici arabe e l’affiliazione con la cultura araba. Spiega l’artista: “lo sono il vero straniero, colpito da stigma e pregiudizi, ma al tempo stesso vivo con sicurezza e orgoglio nella terra dei miei antenati”. Attraverso le sue opere Bacri cerca di raffigurare l’arabo moderno, rappresentandolo così come lo vede l’artista: “attraente, sexy, che domina il paesaggio circostante”. Spiega Bacri: “Al fine di dimostrare che un arabo è in grado di utilizzare le tecniche della tradizione europea, dipingo quadri a olio di grandi dimensioni, senza cercare di ottenere la finitura realistica di un’immagine fotografica”. Grazie a un’illuminazione scenografica e a pennellate piatte, con netti contrasti di luci e ombre, Bacri crea un collegamento fra lo stile europeo e lo stile arabo tradizionale, alterando cosi la realtà: “Cerco di contaminare la realtà e di ricavarne qualcosa di nuovo”.

Muro di protezione, quartiere di Gito, Gerusalemme (2004)Lo spettacolo delle romantiche distese naturali delle fotografie di paesaggio di Shai Kremer catturano lo spettatore con la loro bellezza. Nei suoi lavori riecheggia la sensazione di nostalgia per le sublimi descrizioni paesaggistiche del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, destinate a creare un senso di appartenenza alla Terra d’Israele. Solo a un secondo sguardo si nota che bellezza e nostalgia sono stratagemmi per attrarre l’attenzione sulla distruzione del paesaggio causata dal conflitto arabo-israeliano e dalla continua guerra contro il terrorismo. “La bellezza è uno strumento di grande potenza” afferma Kremer, che condivide l’idea espressa dal fotografo americano Richard Misrach: “La bellezza è un veicolo per comunicare idee complesse”. L’autore prosegue poi: “Credo che ci si debba distanziare un po’, e creare delle composizioni molto seducenti, esteticamente forti, per spingere lo spettatore a soffermarsi e a osservare, in modo che, quando il colpo arriva, risulti in qualche modo attutito”. Nella fotografia “Muro di protezione, quartiere di Gito”, Gerusalemme, 2004. Kremer documenta un tratto dipinto della Barriera di separazione che divide il quartiere gerosolimitano di Gilo dalle zone palestinesi. I graffiti, probabilmente dipinti da nuovi immigranti arrivati dalla Russia con l’intenzione di ammorbidire la brutalità del muro di cemento, non riescono ad alleggerire la sensazione di soffocamento che esso produce. Il contrasto con il tratto panoramico al suo fianco, dove dalla terra rocciosa spunta un cipresso e all’orizzonte s’intravedono le case del villaggio palestinese di Beit Jalla, accresce la sensazione di opportunità mancata causata dalla guerra. L’opera di Kremer mette in guardia dal trasformare i resti della guerra in un elemento permanente nella vita degli uomini, e invita lo spettatore a meditare sugli effetti a lungo termine della violenza prolungata.

Checkpoint di Qalqilya (2002)Pavel Wolberg ha iniziato come fotografo d’arte e solo successivamente è passato a occuparsi di eventi di attualità, registrando la realtà israeliana in molti luoghi ed eventi diversi. Egli cattura le figure in “istantanee fugaci”; il suo obiettivo illustra l’inaspettato e permette ai nostri sensi di confrontarsi con scene divenute ormai insignificanti a causa del continuo contatto quotidiano: il conflitto israelo-palestinese, la seconda guerra del Libano, il muro di separazione, i rapporti fra laici e religiosi, le esperienze caratteristiche delle strade di Tel Aviv, i pellegrinaggi in Terra Santa e così via. “Ho molte critiche da fare a com’è il mondo”, spiega Wolberg. “Non posso osservarlo e dire: ‘È così che dovrebbe essere. Il mondo va bene’. Mi piace scoprire le cose che non vanno bene e mostrarle agli altri. L’opera “Checkpoint di Qalqilya” (2002), per esempio, illustra un incontro di routine fra un soldato israeliano e una donna palestinese in un punto di passaggio del confine durante un coprifuoco in quell’anno. Wolberg è riuscito a catturare l’intimità di un momento imposto alle due persone dalla realtà. Il soldato, con il fucile in mano, guarda la giovane donna che gli sorride in modo diretto. I fasci di luce che cadono sul viso della donna enfatizzano ulteriormente la sua presenza. Niente, nel linguaggio corporeo della donna, fa pensare che essa si ritragga o che eviti il soldato, e il suo sorriso resta prudente. Indica forse un appello, una richiesta, una reazione a qualcosa che i due si sono detti? L’uniforme del soldato, il calcio del fucile, l’abito modesto della giovane donna e persino i cavi elettrici sullo sfondo portano a una certa interpretazione dell’insieme qui rappresentato, insieme che – se il contesto fosse stato diverso – avrebbe potuto dare un’impressione molto diversa. Inevitabilmente, nell’ambito della copertura degli eventi di attualità di rilievo, le fotografie di Wolberg includono spesso viste diverse di soldati, alcune delle quali risultano sorprendenti.

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PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (2/3)

Segue da PASSATO – FUTURO – IDENTITA’  (1/3)

Integralismo, rifiuto del cambiamento, ideale di passato, fierezza. Ci si potrebbe aspettare di trovare nelle opere d’arte contemporanee i riflessi di una tragedia immane, di disperazione e di rovina. In parte questo è tangibile. Ma se di tragedia si può parlare, questa è la disperazione e la rovina dovuta al continuo stato di allerta per il conflitto in atto. Si è consci del passato, mentre il futuro sembra derivare da un presente dilatato di positività, ma non di ottimismo.

Riprendiamo come spunti di indagine e riflessione alcuni esempi di artisti israeliani contemporanei che non costituiscono di certo la globalità dell’arte di questo popolo, ma forse ne delineano i tratti interessanti e distintivi.

Il futuro: il mito del soldato, la bellezza della gioventù, la prospettiva

Nir Hod - Gioventù perduta (2003)Nell’opera “Gioventù perduta”, Nir Hod raffigura un funerale militare. Il dipinto, prodotto direttamente da una fotografia di giornale raffigura un gruppo di giovani soldati visti attraverso il centro di una corona funebre di grandi dimensioni. La bara del compagno morto, anche se non è visibile nel quadro, è indicata dalla presenza dei fiori e dei soldati che fanno il saluto militare. Le opere di Nir Hod sono dominate da immagini di giovani bellissimi circondati da fiori altrettanto belli in vari stadi della fioritura, creando così un evidente collegamento fra bellezza, gioventù e morte. Questa predominanza chiarisce che non è solo il dolore a essere traumatico, ma anche la bellezza ad esso collegata. “Il quadro del funerale è un passaggio alla politica”, spiega Hod. “Si tratta di un funerale universale che commemora tutti i giovani, soldati di entrambi i sessi, chiunque essi siano”.

Trembling Time (2001)Yael Bartana è una videoartista la cui famiglia è profondamente radicata in Israele. Le sue opere indagano gli aspetti sociali, militari e nazionali della società israeliana che contribuiscono a formarne l’identità. Il suo lavoro Trembling Time (2001), descrive il rituale suono della sirena che segnala l’inizio del giorno dedicato alla memoria dei soldati caduti nelle guerre d’Israele. Ogni anno, il giorno 4 del mese di lyar del calendario ebraico, alle otto di sera, in tutto il paese risuona per un minuto una sirena che annuncia l’inizio del giorno della memoria dei caduti. La sirena costituisce una particolare consuetudine nazionale israeliana, che si è sviluppata dopo la fondazione dello stato ed è formalizzata da una legge. Essenzialmente è un segnale, che per un preciso lasso di tempo strappa al fluire regolare della vita i cittadini israeliani: tutti interrompono all’istante le loro occupazioni per bloccarsi sull’attenti a testa china; solo l’urlo della sirena taglia il silenzio. Per un minuto l’individuo e lo stato si fondono, uniti nel lutto nazionale. Non appena la sirena cessa, ognuno ritorna alle proprie occupazioni.

Shirat Ha-Yam, Il canto del mare (2005)Osservando le fotografie panoramiche di grandi dimensioni di Barry Frydiender, l’occhio vaga senza fermarsi in un singolo punto. Qui non si tratta del solito, rapido, sguardo sufficiente per una fotografia; è necessaria un’osservazione che richiede una lunga sosta di fronte all’opera. I lavori sono costituiti da decine di fotografie scattate in orari e giorni diversi, con fotografo e macchina fotografica in movimento, con l’obbiettivo esposto per tempi diversi, successivamente montate ed elaborate digitalmente. Il prodotto finale sono composizioni ricche di dettagli, che rappresentano il soggetto – luogo o persone che siano – con straordinaria eleganza, ben superiore all’immediato e al concreto dato reale. “Shirat Ha-Yam”, (Il canto del mare) del 2005, è il nome di un piccolo insediamento costiero nel sud della Striscia di Gaza, che è stato evacuato durante il ritiro israeliano da Gaza nell’agosto 2005. Frydiender si è recato sul posto per documentare l’evento “Volevo essere presente all’inizio, proprio nel momento della fine dell’occupazione”, ha commentato. Nella fotografia si vedono il piccolo insediamento e suoi abitanti circondati dai soldati. I militari sono schierati a semicerchio, in perfetto ordine, mentre gli abitanti sembrano spinti verso l’acqua; questa volta non più dagli egiziani, come nel caso dell’Esodo biblico, bensì da soldati israeliani.

A seguire

PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (1/3)

bambiniQuella di Israele è storia di un popolo che in modo per lo più inspiegabile, è sopravvissuto a condizioni nelle quali ogni altra minoranza si è dispersa, disciolta all’interno della società dominante che la ospitava. (Giorgio Tavani – Israele, una storia d’amore – Nov.2013)

Le ragioni di questa coesione e resistenza alle forze centrifughe sono certamente intuibili seguendo il filo logico che intreccia storia a narrazione senza però comprenderne i risvolti più intimi. Gli elementi che hanno fatto da collante per questo popolo, a noi così distante ma per certi versi così prossimo, sono registrate in fatti, scritti, monumenti, oggetti, ma nello stesso tempo, e forse molto meglio, nelle emozioni degli individui che lo compongono.

Cosa distingue gli israeliani dalle altre nazioni? A questa domanda, quasi tutti risponderebbero che il tipico israeliano è veramente un tipo particolare. Naturalmente molti elementi distintivi israeliani hanno origine nella tradizione, nella storia e nella cultura degli ebrei, ma molti altri sono unici e assai distanti dalle caratteristiche degli ebrei della diaspora.  (Oz Almog – Il genoma Sabra nella mentalità israeliana – 2009) 

Una risposta, o meglio un tentativo di capire, ci è data da un angolo di visuale molto particolare, l’arte figurativa,  che in modo privilegiato espone al nostro senso più intuitivo, la vista, quanto di meglio l’animo umano è in grado di sintetizzare.  Alcune considerazioni preliminari ci aiutano ad inquadrare i fatti. Sono tratte da un saggio di Naomi Aviv, curatrice indipendente dell’arte contemporanea a Tel Aviv, Israele, pubblicato in occasione della mostra “AS IS”, tenuta nel Complesso del Vittoriano a Roma nel 2009-2010 a cura di Ruth Cats. 

La breve storia dell’arte israeliana inizia nel 1906, con la fondazione di Bezalel, la prima Accademia di Arte e Design a Gerusalemme. Gli insegnanti dell’Accademia erano immigrati che portavano con sé l’influenza artistica dei diversi paesi di provenienza, soprattutto europei. La loro visione della nuova terra natale nel cuore del medio Oriente era edulcorata, le loro opere raccontavano ed descrivevano i luoghi, i panorami, gli abitanti e i pionieri che costruivano il paese. Nel 1948, data di fondazione dello stato d’Israele, si costituisce il gruppo Ofakim Chadasim, “Nuovi orizzonti”, unito dalla convinzione che fosse necessario prendere le distanze dalla politica per creare un’arte caratterizzata ed indipendente. Negli anni Sessanta l’arte Israeliana passa dall’astrattismo lirico, con la sua inclinazione alla rappresentazione concreta di un luogo fisico, all’astrattismo “assoluto”, incentrato sul tempo della pittura, o sulla materia concreta della quale è fatta l’opera d’arte. La tendenza concettuale si estende negli anni Settanta, quando tematiche come il “luogo” acquisiscono significati diversi, legati alla terra, al confine, alla rappresentazione di sé ma anche a idee metafisiche, spirituali e metaforiche sul “non-luogo” e sulla “impossibilità del luogo” intesa come concezione tradizionale ebraica, profonda e mitica. “Dio è una sorta di luogo senza luogo, è ovunque, intorno a noi, nonostante non si trovi in nessun posto”. Quella che ancora oggi è definita Arte di Eretz Israel (La Terra di Israele) era la rappresentazione esotica, affascinante dell’oriente, popolata da immagini di arabi in abiti tradizionali, di donne arabe in cammino tra i frutteti con un’anfora d’acqua in testa. Gli anni Ottanta, definiti come Il tempo del post, allusione al passaggio da tardo modernismo al post-modernismo, in Israele come in tutto il mondo occidentale, sono caratterizzati da tematiche che ne riflettono l’epoca, in primis il processo di logoramento dei grandiosi slogan sionisti e la disintegrazione del sogno di solidarietà e lo stabilirsi di un’ironia disfattista. “Alla fine si muore: arte giovane negli anni Novanta in Israele” è il titolo di una mostra imperniata sui reportage giornalisti e fotografici delle aberrazioni dell’occupazione. E’ degli anni iniziali del secondo millennio la comparsa di tutti i mezzi d’espressione e un numero notevole di artisti che sono riusciti ad “oltrepassare i confini del paese”. Lo sguardo si rivolge all’esterno, alla scena internazionale, e sono meno numerosi i riferimenti al “qui e ora” politico.

Esiste un’arte israeliana? Che caratteristiche ha? È legittimo chiedersi se esiste? Non è una questione viziosa, etichettare come nazionale una creazione che per sua natura dovrebbe essere puramente individuale? Anche l’arte italiana, per esempio, soffre di complessi simili? E la tedesca? La francese? Il dissenso sulla questione dell’identità dell’arte israeliana non è separabile dal dilemma riguardante il luogo e l’inquietudine generata negli israeliani dal non sentirsi sicuri nel proprio paese. Sradicamento, immigrazione ed emigrazione, integrazione, distacco dal luogo di provenienza e necessità di inserirsi nel luogo utopico (utopia è proprio il non-luogo) in cui si arriva, il problema di restare fedeli alla cultura di origine o piuttosto di adottare la versione locale di un posto che è stato, che è, e che sarà.

Non esiste un’arte israeliana. Esiste un’arte prodotta da artisti israeliani, una buona arte,  questo lo ammettono tutti, e giustamente. Ciò ci riporta all’annosa questione di “chi è ebreo?”, che per quasi tutta l’esistenza dello stato d’Israele, quando i precetti religiosi hanno perso il ruolo di legge per buona parte del popolo ebraico, è stata lo scottante pomo della discordia. Le risposte dividevano gli israeliani in due gruppi: quanti ritenevano che fosse ebreo chi è nato da madre ebrea o si è convertito secondo il rito ortodosso, e chi, invece, considerava ebreo chi aveva scelto di far parte del popolo ebraico. Con il passare del tempo, la disputa si è affievolita e si è definita in questo modo: i religiosi continuano a difendere strenuamente la prima tesi, mentre la maggioranza dei laici sostengono la seconda. E chi è un artista israeliano? Artista israeliano è chi sceglie di definirsi tale, anche se vive da trenta o quarant’anni a Londra o a New York, purché sia un artista valido…

Come puro tentativo di avvicinamento alla comprensione e non certo in modo esaustivo e completo, è possibile affrontare la questione secondo tre temi fondamentali rappresentati nell’arte figurativa contemporanea: il passato, il futuro, l’identità.

Il Passato: il Sionismo, la tradizione, la memoria, l’oblio

Hila Karabelnikov - Mea Shearim II (2007)Hila Karabelnikov ritrae il quartiere ultraortodosso più estremo di Gerusalemme, un quartiere praticamente separato dalla vita e cultura israeliana, in cui i residenti continuano a vivere come negli antichi “shteti” (i villaggi ebraici dell’Europa orientale) delle terre dei loro antenati, nell’attesa del Messia che deve redimere il popolo ebraico. L’opera ha come tema la festività di Succot, come indicato dagli uomini che indossano soprabiti estivi di colore chiaro, che contrastano nettamente con gli indumenti scuri di ogni giorno, e anche dalla Succah (la capanna) che si erge dietro di essi. Si tratta di una visione estremamente personale; all’epoca della creazione dell’opera, il fratello dell’artista giaceva paralizzato, in stato di incoscienza, in un letto d’ospedale, pochi giorni prima di morire. Questo elemento spiega l’aspetto serio delle figure, alcune delle quali guardano in avanti mentre altre fissano in modo inespressivo gli spettatori. All’estrema destra appare un ritratto dell’artista, incompiuto, dietro a un poster (del tipo noto come pashkevil’) che invita a rispettare l’obbligo di vestirsi in modo pudico. Il modo di vestirsi dell’artista, però, non è per niente pudico, bensì vistoso se non addirittura provocante. È questo il suo modo di esprimere il suo grande dolore e la rabbia di fronte all’amaro destino del fratello e di mettere in discussione l’importanza di un abbigliamento pudico, e addirittura l’esistenza stessa di tali imposizioni religiose, in un simile momento della propria vita.

Elie Shamir - Ninna Nanna per la valle (2008)Elie Shamir è nato e cresciuto a Kfar Yehoshua, un moshav (comunità agricola cooperativa composta da fattorie indipendenti) nella valle di JezreeI, luogo che simbolizza al meglio la realizzazione del sogno sionista e contemporaneamente evidenzia con la massima chiarezza i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni nella società israeliana. Il mutamento più rilevante è il passaggio dal lavoro collettivo, manuale, alle attività commerciali private, prevalentemente nel campo dell’hightech. Kefar Yehoshua ha formato ElieShamir come persona e come artista. La relazione ambivalente col posto in cui è nato si riflette nei suoi lavori, in cui l’artista riesamina il proprio ambiente e il proprio posto al suo interno. Riconsidera i valori mitici secondo i quali è stato cresciuto, rimettendo in gioco il senso di appartenenza verso la casa e la terra della sua infanzia. Nell’opera “Ninna Nanna per la valle”, Shamir definisce la propria esistenza ebraica e identità israeliana contrapponendole a tematiche cristiane e alla tradizione artistica europea. Nella composizione – un coro di cantanti accompagnati da un vecchio pioniere seduto che suona la fisarmonica – , Shamir dipinge gli aridi, spogli campi di Kefar Yehoshua. Il coro di Shamir sta cantando La canzone della valle, del poeta israeliano Nathan Alterman, una ninna nanna che descrive i generosi sacrifici dei primi pionieri della valle che hanno reso fertile una terra desertica. Per loro, il lavoro agricolo era la nuova religione, a cui solamente i nuovi ebrei dovevano dedicarsi. L’opinione realistica, dolorosa e critica di Shamir riguardo ai cambiamenti in atto nella società israeliana trapela chiaramente dalla messa in scena artificiale e sgraziata della composizione, che sfida e sovverte il tema dell’adorazione della Natività. Le donne del coro a prima vista sembrerebbero figlie della generazione dei pionieri sionisti, prova vivente del loro successo, intente a cantarne le lodi, ma la visione di trionfante fiducia è scalfita dalla presenza di una donna tailandese, giunta al moshav come lavoratrice straniera ed ora assimilata nella società israeliana. Di tutto il gruppo, è lei l’unica che canta di cuore, orgogliosa, e così facendo esemplifica il processo iniziato dopo la guerra dei Sei Giorni, quando i lavori più umili sono stati trasferiti dagli israeliani ai palestinesi, e poi ai lavoratori  immigrati. Il ritratto delle altre cantanti trasmette ansia. Una abbassa lo sguardo e si stringe le mani in un gesto di apprensione ed incertezza, mentre tutti gli altri, compreso il suonatore di fisarmonica, distanti e distaccati, si esibiscono meccanicamente. Esprimono così l’angoscia esistenziale di Shamir per il futuro della sua patria. La sua ninna nanna è una nenia funebre, o una canzone che accompagna la valle in un sano riposo, dal quale emergerà ringiovanita e pronta ad affrontare le sfide di un futuro mutevole ed incerto.

Vardi Kahana - Tre sorelle (1992)La formazione giornalistica  ha insegnato a Vardi Kahana a catturare il momento e documentare lo spirito dell’epoca (l’air du temps). Il suo istinto le ha poi permesso di riconoscere l’aspetto pan-umanistico della storia della sua famiglia e di partire per un lungo viaggio meditativo nella grande saga della sua vicenda familiare. Il progetto di Kahana, Una famiglia, comprende quasi cento fotografie in cui l’artista segue con discrezione le tracce del rinnovamento della sua famiglia nel periodo successivo all’Olocausto, presentando una dinastia che si estende per quattro generazioni e tre continenti. I potenti ed eloquenti ritratti dei membri della famiglia, che rimandano a momenti centrali delle loro vite, sono scattati nel loro ambiente; in tal modo l’artista sintetizza il ritorno del popolo ebraico e lo sviluppo di Israele in una nazione. Durante il lavoro, Kahana s’imbatte in questioni, domande e dilemmi di grande attualità: la “purezza delle armi”, il lutto, gli insediamenti ebraici nei territori occupati, la tensione fra arabi ed ebrei a Gerusalemme est, il presente e il futuro della vita nel kibbutz, l’ortodossia e il laicismo. Il viaggio personale di Kahana attraverso la cinquantina di nuclei familiari che compongono la sua famiglia allargata riflette la varietà dei modi di vivere degli israeliani. La scelta del ritratto, forma tradizionale di descrizione preferita per la capacità di sintetizzare la personalità dei modelli preservandone l’essenza fisica, risveglia in chi guarda, abituato a questa modalità di rappresentazione, un senso di familiarità. Lo spettatore è invitato a stabilire un legame con la propria famiglia in modo personale ed estremamente intimo. La fotografia in bianco e nero lo riporta indietro nel tempo, ad un’era meno tecnologica, e impregna il lavoro di Kahana di nostalgia. “Tre sorelle” presenta l’origine della grande famiglia di Kahana: sua madre e le sue due sorelle, tutte e tre sopravvissute all’Olocausto. Gli agghiaccianti numeri consecutivi tatuati sul braccio di ciascuna testimoniano l’ordine con cui sono state registrate ad Auschwitz. Lo sguardo fiero, rivolto all’obiettivo della loro figlia e nipote, rivela la forza che le ha sostenute durante la catastrofe e che le contraddistingue ancora oggi.

A seguire

UN POPOLO, UNA STORIA D’AMORE

Reuven Rubin - The Sea of Galilee - 1926-28

Reuven Rubin – The Sea of Galilee – 1926-28

Di solito un conflitto tra popoli ci coinvolge emotivamente e se dura da decenni, o meglio da secoli, la domanda è una sola: perché?

Differenze culturali, scontri sociali, problemi oggettivi, si concretizzano in forti contrapposizioni tra amore e odio, valore e distruzione, integrazione e separazione. Su queste è ancora più urgente il “capire”.

Da questa settimana Giorgio Tavani propone alcune riflessioni su quanto conosciamo del Popolo d’Israele attraverso una lettura critica della sua storia e dei suoi miti. “… Israele è una storia da raccontare, al di là di “quel che si sa” e di “quel che si dice”, con verità, disincanto e inquieto amore”.

Su questo blog, viceversa, chi vorrà potrà contribuire alla discussione affrontando l’argomento da un altro punto di vista: conoscere un popolo attraverso  le arti figurative, la letteratura e la musica.

Di volta in volta, avremo la possibilità di incrociare riferimenti storici, sociali, religiosi con una loro lettura trasversale fatta di pitture, sculture, architetture, fotografie, cinema, … Almeno ci proviamo.

Per maggiori dettagli e iscrizione ai corsi:

–  La scheda del corso

–  Unitre: G75 – ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE

–  Varese Corsi: 21- ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE

ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Dispensa 2

Israele una storia d’amore – Dispensa 2

(Ad esclusivo uso interno di Unitre Tradate)

ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE

Quella di un popolo per la sua storia

Con qualunque occhio lo si guardi, il popolo di Israele è da sempre oggetto di interesse, curiosità, giudizi. Ma Israele è anche la sua narrazione, con i suoi miti fondativi e la sua realtà storica che dura da più di tre millenni. Una storia da raccontare con verità, disincanto ….e inquieto amore.

Seconda parte: I PRINCIPALI MITI FONDATIVI

 I Patriarchi

Abramo – Isacco – Giacobbe:

  • Non si trovano connessioni parentali. Si tratta di leggende distinte di clan o tribù con i loro capi carismatici

Giuseppe:

  • sulla datazione del racconto delle storie di Giuseppe tutti gli studiosi concordano nel posizionarla nel periodo post esilico (Babilonia)

Mosè e l’Esodo

  • Il percorso dell’esodo  e l’ambientazione topografica del conferimento della Legge sono elementi assai tardi (di età post esilica di Babilonia)
  • inseriti nel racconto al fine di attuare un collegamento logico e narrativo tra i due elementi della promessa:
    • uscita dall’Egitto e
    • presa di possesso della terra.
  • La storia personale di Mosè ha un tono largamente fiabesco:
    • la nascita e la mancata soppressione ricordano la storia di Ciro e quella di Sargon di Akkad, racconti che potevano essere conosciuti solo nella Babilonia dell’esilio.
  • Anche gli elementi di ambientazione egizia sembrano piuttosto tardivi
    • gli studiosi vedono in Mosè una figura artificiosa di raccordo tra le leggende patriarcali  e il tema della conquista della terra promessa.
  • Mosè non è mai citato negli scritti precedenti l’età post esilica
  • Una composizione tarda implica una descrizione del viaggio nel deserto quale poteva essere immaginata (in Babilonia o successivamente a Gerusalemme) da parte dei gruppi giudei di ambientazione cittadina.
  • Nel descrivere l’attraversamento del deserto, si utilizzarono
    • spezzoni di itinerari che dovevano derivare da rotte militari o commerciali,
    • percorsi di pellegrinaggio verso luoghi santi nel deserto,
    • percorsi di vecchie direttrici di transumanza pastorale.
  • L’identificazione degli itinerari dell’esodo è difficile e la localizzazione del Sinai è in discussione.
  • La scrittura del decalogo su due tavole in pietra viene ambientata nel Sinai e rimanda, così, a tradizioni antiche delle tribù meridionali, alle loro vie di transumanza e ai loro santuari montani, all’origine meridionale di Yahvè, al territorio rarefatto che si frappone fra Egitto e Palestina.
  • La vicenda della conquista di Canaan doveva servire da modello per la sua riconquista da parte dei reduci della prima età persiana.

La conquista della Terra

  • La legittimazione del possesso della terra di Canaan è quello dell’arrivo dall’esterno e della conquista armata in adempimento della promessa divina.
  • Tale idea fondativa è presente nei profeti dell’VIII secolo ac (Osea e Amos).
  • Viene in realtà usata come metafora della liberazione dal dominio straniero.
  • C’era convinzione che Yahvè aveva sottratto Israele al controllo egiziano e gli aveva conferito il controllo in piena autonomia del paese che esso già abitava

La terminologia

    • far venire,
    • far tornare,
    • far uscire,
    • far entrare
  • costituisce il cosiddetto codice motorio già applicato in testi del tardo Bronzo per indicare spostamenti di sovranità che non comportavano alcuno spostamento fisico di persone.
  • Anche in testi egiziani si descrive come cattura di intere popolazioni quella che fu una conquista territoriale, con la popolazione diventata suddita ma lasciata sul posto. Si tratta quindi di un uso idiomatico del codice motorio (un modo di dire)

Giosuè e i Giudici

  • La narrazione della conquista della terra come un’azione coordinata e congiunta delle dodici tribù è un costrutto artificioso.
  • E’ evidente la maldestra utilizzazione di tradizioni diverse e stratificate nel tempo.
  • I racconti sono separati e si tratta in sintesi di una giustapposizione di episodi diversi, connessi al fine di conferire un senso di conquista totale.
  • Si trattava di raccontare la ripresa di possesso della terra di Canaan da parte dei reduci dall’esilio babilonese.
  • Il paradigma di Giosuè è quello della guerra santa i cui principi sono i seguenti:
  • Dio è con noi
  • Combatte al nostro fianco
  • Garantisce la vittoria
  • Le azioni belliche devono essere precedute da preparazione votivo cultuale
  • Il frutto della vittoria va votato a Dio
  • In conclusione se il popolo è fedele a Dio sicuramente vincerà.
  • Se sarà sconfitto dovrà ricercare le cause dell’insuccesso in una sua infedeltà.
  • Non tutti i gruppi estranei vennero eliminati: molti furono assimilati
  • In particolare i popoli “veri” (Filistei, Fenici, Edomiti, Moabiti e Ammoniti) rimasero distinti e inconquistati.

Il paradigma del Libro dei Giudici

  • Gli autori del Libro hanno attinto a miti, racconti tradizionali e leggendari
  • non forniscono tanto un quadro complessivo dell’Israele del XII secolo, quanto piuttosto un quadro di come l’Israele esilica e post esilica immaginava il suo periodo formativo in terra di Canaan.
  • La narrazione del periodo dei Giudici avviene invece nel corso del VI secolo, quindi in periodo post esilico e non prima della costituzione del regno di Israele.
  • Storicamente i Giudici erano figure dedite all’amministrazione locale e poco o nulla di quanto viene di loro descritto nel Libro dei Giudici corrisponde alla realtà.
  • Lo scopo del redattore era dimostrare come, in un paese circondato da re e regni, il popolo di Israele (il resto tornato dall’esilio) doveva dotarsi anch’esso di una struttura monarchica, in quanto gli amministratori locali portavano solo benefici transitori, precari.
  • La struttura narrativa è tipica della fonte deuteronomista:
  • il popolo attraversa una serie di crisi, periodi bui, oppressioni
  • Yahvè lo punisce per la sua oscillante fedeltà
  • ma dopo un periodo di oppressione Yahvè si pente e manda un giudice per salvare il suo popolo e annientare i nemici
  • il popolo vive in pace per un certo periodo
  • Il messaggio è chiaro e sempre lo stesso:
    • le disgrazie del popolo derivano dalle sue colpe, la salvezza risiede in Yahvè e se gli saremo fedeli nessuno ci potrà resistere. 
  • Accanto a tale messaggio ve ne è un altro più pragmatico:
    • una dirigenza occasionale come quella dei Giudici non può che produrre benessere occasionale.
    • Solo la monarchia può fornire una soluzione definitiva. Essere senza re significa rimanere in inferiorità, ai margini

ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Cronologia degli articoli pubblicati

Sigalit Landau DeadseaSigalit Landau – Deadsea 2005 – La valle del Mar Morto, il luogo più basso al mondo, un confine geografico e politico, un ambiente ricco di narrazioni storiche e mitiche, è stato laboratorio di ricerca e il punto di partenza per la gigantesca installazione La Soluzione infinita nel 2005 nel padiglione Helena Rubinstein del Museo d’arte di Tel Avivi. Cinquecento angurie sono state infilate su una corda che è stata arrotolata fino a formare una spirale di 6 metri di diametro. La spirale, filmata da un’alta gru, galleggiava come una zattera verde che ruota come in un vortice sullo sfondo blu-turchese del mare. L’artista, nuda, è intrappolata fra le file di angurie, in una postura che ricorda una dea della fertilità. Tiene il braccio teso in un movimento opposto a quello circolare della spirale, verso le angurie, la cui spessa buccia è stata spaccata rivelando la polpa rossa e dolce contaminata dall’acqua salata.

Cronologia degli articoli pubblicati

Introduzione:  UN POPOLO, UNA STORIA D’AMORE  (06/11/2013)

Scheda del corso:  ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE  (06/11/2013)

Dispensa 1:  ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Dispensa 1  (06/11/2013)

Dispensa 2:  ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Dispensa 2  (15/11/2013)

Dispensa 3:  ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Dispensa 3  (15/11/2013)

Dispensa 4:  ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Dispensa 4  (14/12/2013)

Dispensa 5:  ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Dispensa 5  (14/12/2013)

Post 1: PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (1/3)  (12/11/2013)

Post 2: PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (2/3)  (14/11/2013)

Post 3: PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (3/3)  (17/11/2013)

ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE – Dispensa 5

Israele una storia d’amore – Dispensa 5

(Ad esclusivo uso interno di Unitre Tradate)

ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE

Quella di un popolo per la sua storia

Con qualunque occhio lo si guardi, il popolo di Israele è da sempre oggetto di interesse, curiosità, giudizi. Ma Israele è anche la sua narrazione, con i suoi miti fondativi e la sua realtà storica che dura da più di tre millenni. Una storia da raccontare con verità, disincanto ….e inquieto amore.

Quinta parte: IL POPOLO DI ISRAELE OGGI

Nascita del Sionismo

  • Le istanze egualitarie del nascente socialismo dell’800 trovarono favore tra gli intellettuali ebrei, che si attivarono per affrancarsi dalla subalternità.
  • Il socialismo propugnava i valori dell’internazionalismo e la denuncia dell’antisemitismo.
  • Il limite del socialismo era la sua concezione assimilazionista.
  • Ma l’antisemitismo permaneva. Gli ebrei considerarono che integrazione e assimilazione non lo avrebbero vinto.
  • La soluzione doveva essere quella di avere una sede nazionale per gli ebrei, con un rapporto diretto con la terra.
  • Nel 1896 a seguito dell’”Affaire Dreyfus” Theodor Hertzl scrive “Der Judenstaat”
  • Le migrazioni a cavallo tra l’800 e il ‘900 messe in moto dall’idea sionista abbinata all’oppressione russa di inizio secolo avevano prodotto la graduale formazione di un tessuto sociale e politico in Palestina, accanto alla presenza araba, entrambi sotto la gestione della Gran Bretagna, che, in quanto proprietaria ad interim di quel territorio, ancora allo scoppio della 2° guerra si opponeva a tali immigrazioni.
  • Tra il 29 e il ’36 la presenza sionista riuscì tuttavia a rafforzarsi.
  • Dall’Europa gli ebrei cominciarono a fuggire da Hitler (chi poteva andava in America).
  • Molti erano professionisti, intellettuali, portatori di competenze. Chi ne aveva, portava con sé le proprie risorse economiche.
  • Il notabilato arabo, in assenza di idee, incitava la collettività alla ribellione
  • Nel 1938 una prima ipotesi di spartizione territoriale, appena formulata, venne affossata. Gli inglesi necessitavano della benevolenza araba in vista dell’imminente scoppio della guerra e delle conseguenti necessità di approvvigionamento energetico.
  • Il sostegno inglese alla causa sionista infine decadeva.
  • L’immigrazione veniva contingentata: max 75.000 ebrei nei successivi 5 anni
  • In vista di un nuovo conflitto L’Agenzia Ebraica intensificò l’immigrazione di clandestini in fuga dal nazifascismo.
  • La Shoah contribuì a far sì che gli stati occidentali acconsentissero alla creazione di uno stato per gli ebrei in quella regione di Palestina dove tanti di essi già vivevano, chi da sempre, chi da alcune generazioni, chi vi era arrivato nei decenni precedenti la guerra o vi erano appena sbarcati da profughi sopravvissuti allo sterminio.
  • Il nazismo aveva di fatto rinforzato la comunità ebraica di Palestina.

Nascita dello Stato di Israele

  • Gli USA, che cominciavano ad avere maggior peso politico in Europa, proposero di permettere l’ingresso in Palestina di 100.000 scampati ai lager, ma si rifiutarono di accollarsi i relativi oneri economici, organizzativi e di sicurezza.
  • D’altra parte volevano evitare un’immigrazione di massa di profughi sul territorio americano.
  • Truman si risolse ad appoggiare la soluzione “palestinese”
  • Nel febbraio ’47 gli inglesi rinviarono la questione all’ONU
  • La risoluzione 181 del dicembre ’47 fu votata da 33 nazioni, contro 13 e con 10 astensioni.
  • In questo contesto il 14 maggio ’48 nasce lo Stato di Israele, con la contemporanea decadenza del Mandato Britannico.
  • Nelle ore successive il nuovo stato veniva attaccato da libanesi, siriani, egiziani, transgiordani, gruppi palestinesi, volontari libici, sauditi e yemeniti.
  • I veri e più temibili avversari di Israele erano però l’esercito egiziano e la legione araba  giordana.
  • ONU, USA e URSS definirono quella guerra un’aggressione a Israele; la Cina invece sostenne la causa araba
  • Gli accordi armistiziali del 1949 prevedevano che i confini grazie ad essi tracciati (noti come “green line”) dovevano essere considerati come punti di partenza per una futura sistemazione finale, per la quale si rinviava a future trattative.
  • La striscia di Gaza fu occupata dall’Egitto
  • La Cisgiordania e Gerusalemme est dalla Transgiordania
  • L’ONU stima in 700.000 gli arabi scappati, evacuati o costretti ad andar via dalle loro case.
  • Al contempo circa 800.000 ebrei lasciarono di gran fretta i loro paesi. Chi poteva si trasferì in Francia e in altre località europee. La maggior parte trovò solo Israele disponibile ad accoglierli subito.
  • Mentre i profughi ebrei vennero, in un decennio, integrati nella società israeliana, quelli arabi rimasero nei campi, ai margini delle città arabe, con lo status di rifugiati permanenti
  • USA e URSS erano impegnati a trovare soluzione ai profughi generati dalla 2° Guerra mondiale:
    • 12 milioni di tedeschi e un gran numero di cittadini sovietici, facevano perdere importanza alle vicissitudini degli arabi e degli ebrei
    • Inoltre nel ’47 il conflitto che seguì alla nascita del Pakistan causò la fuga di circa 20 milioni di persone dalle terre d’origine
  • Per i dirigenti israeliani non esistevano “palestinesi”, ma arabi che potevano integrarsi nei paesi ospiti
  • Gerusalemme fu per la prima volta nella sua storia, e per soli 18 anni, divisa in due, con amministrazioni distinte.
  • Nel 1960 i giordani la proclamarono loro seconda capitale.
  • I laburisti israeliani di origine europea, ampiamente al potere, ebraicizzarono il territorio, anche appropriandosi delle proprietà arabe abbandonate per distribuirle alla popolazione ebraica.
  • I profughi ebrei confluiti in Israele dai paesi arabi rimasero per anni ai margini della società, fatto che avrebbe cambiato gli equilibri negli anni a venire.
  • Maturarono senso di rivalsa nei confronti dei loro paesi di provenienza e dell’elite israeliana di origine europea.
  • Non avevano conosciuto la persecuzione nazista, erano di cultura levantina ed erano per lo più di modesta estrazione.
  • Negli anni successivi al ’49 la questione palestinese non aveva rilevanza.
  • Israele chiedeva un accordo di pace e metteva sul tappeto il problema dei suoi profughi da trattare insieme a quelli arabi;
  • I paesi arabi chiedevano il ritorno dei rifugiati alle loro case come precondizione per eventuali e futuri colloqui di pace.
  • Nel ’50 la Transgiordania incorporò la Cisgiordania.
  • A Gaza venne istituita una amministrazione autonoma sotto rigido controllo egiziano.
  • Gli incidenti di frontiera con Israele aumentarono. Comparvero i primi Feddayyin.
  • A Gaza la protesta era guidata dai Fratelli Musulmani
  • A seguito della crisi di Suez, dall’Egitto vennero espulsi altri 25.000 ebrei
  • Israele da allora diede priorità ai rapporti con gli USA.
  • L’esito della guerra dei sei giorni del 1967 diffuse in Israele un forte senso di invincibilità.
  • I territori conquistati divennero al contempo:
    • Un buon cuscinetto territoriale di sicurezza tra loro e i loro avversari;
    • Merce di scambio per un’eventuale pace (così intesa solo da parte della maggioranza laburista),
    • Un onere, dovendo ora gestire circa 1 milione di palestinesi, più i Drusi del Golan e i beduini del Sinai
  • Nei suoi primi 25 anni il nuovo stato di Israele, che alla nascita aveva circa 650.000 abitanti, dovette accogliere alloggiare istruire e dare lavoro  a 2.500.000 nuovi arrivati.
  • I principali fattori di integrazione furono l’esercito e la lingua ebraica

L’Epistola “Lumen Gentium” 1964 (Paolo VI)

  • I non cristiani e la Chiesa
  • …Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch’essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio
  • In primo luogo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne, popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili… 

Enciclica “Nostra Aetate” 1965

si ricordano prima di tutto gli speciali doni di Dio che sono stati riversati su Israele e i suoi stretti rapporti con la Chiesa (elezione divina, benedizione universale promessa ad Abramo, padre universale anche dei cristiani…). 

Se è pur vero che gli ebrei, in larga maggioranza, non hanno riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio, non hanno accettato il Vangelo e hanno perseguitato la Chiesa nascente, tuttavia essi «in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento»; per questo motivo gli ebrei devono essere presentati in positivo: «non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura» non sono colpevoli della morte di Gesù tutti gli ebrei di allora e nessun ebreo di oggi

Infine il documento condanna ogni forma di antisemitismo e le persecuzioni antisemite.

  • Il documento conciliare Nostra Aetate rappresenta una prima chiarificazione dell’atteggiamento cattolico nei confronti dell’ebraismo: l’antisemitismo non ha una legittimazione teologica.
  • Giovanni Paolo II, nella visita alla Sinagoga di Roma del 1986, ha riassunto il tutto con queste parole:
  • «La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo con essa dei rapporti che non abbiamo con nessuna altra religione… Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, i nostri fratelli maggiori»

Demografia

  • Ebrei nel mondo oggi:
  • totale stimato a 13.428.000. L’incremento è interamente dovuto alla crescita di Israele la cui popolazione ebraica è giunta a 5.704.000, su un totale di 7.552.000 abitanti.
  • Di questi, 313.000 sono membri non ebrei di famiglie ebraiche immigrate e oltre un milione e mezzo sono arabi.
  • Israele rappresenta oltre il 42 per cento del totale mondiale, grazie a una popolazione ebraica ancora giovane con un’età mediana di poco oltre i 30 anni e 2,9 figli in media per donna.
  • Nella Diaspora l’età mediana è ben oltre i 40, e il numero di figli ebrei è ben al di sotto dei 2.
  • Il 42 per cento di tutti gli ebrei nella Diaspora si sposa con partners non ebrei.

L’Ebraismo americano

  • Sono 5.200.000 (circa il 2% della popolazione)
  • La “lobby ebraica americana”:
    • Sono classe media
    • Sono nell’educazione, nelle comunicazioni, nei media (giornali e cinema), libero professionisti, impiegati
    • Finanza e industria pesante li vede presenti (in termini percentuali) in subordine ai WASP
  • Il voto ebraico (dati 2011)
    • Pesa per circa il 4%. In grande maggioranza è democratico
    • Il 48% degli americani simpatizza per Israele
    • L’11% per i Palestinesi
    • I repubblicani (dove la presenza ebraica è minima) sono i più filoisraeliani

Essere Ebrei oggi

Dichiarazione dello storico antifascista Nello Rosselli al convegno ebraico di Livorno (1924) –

“Io sono un ebreo che non va al tempio il sabato, che non conosce l’ebraico, che non osserva alcuna pratica di culto. Eppure io tengo al mio ebraismo e voglio tutelarlo da ogni deviazione.

Mi dico ebreo, tengo al mio ebraismo perché è indistruttibile in me la coscienza monoteistica, che forse nessun’altra religione ha espresso con tanta nettezza;

perché ho vivissimo il senso della mia responsabilità personale e quindi della mia ingiudicabilità da altri che dalla mia coscienza e da Dio;

perché mi ripugna ogni pur larvata forma d’idolatria;

perché considero con ebraica severità il compito della nostra vita terrena e con ebraica serenità il mistero dell’oltre tomba;

perché amo tutti gli uomini come in Israele si comanda di amare, come anzi in Israele non si può non amare,

e ho quindi quella concezione sociale che mi pare discenda dalle nostre migliori  tradizioni”.