Vedi alla voce: amore

Scelta

L’atto del preferire una certa possibilità tra le diverse possibilità offerte; la scelta viene eseguita come risultato di una volontaria decisione da parte di qualcuno.

Secondo Wasserman, la scelta è l’atto in cui si esprime l’essenza della componente umana dell’essere. Quest’argomento fu esposto nell’ambito della discussione che Neigel e Wasserman avevano avuto riguardo al futuro del piccolo Kasik, Continua a leggere

Annunci

NINENTE PIU’ DI UN ROMANZO (PARTE 1)

Nahum Gutman, 1980“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione”. Questa citazione attribuita ad Albert Einstein mi suggerisce una discussione, o così mi piacerebbe che fosse, circa la possibilità di utilizzare la narrativa contemporanea per comprendere quanto di più intimo c’è nell’animo umano, ovvero l’appartenenza ad un popolo, il sentirsi radicato ad un’identità più che alla geografia di un luogo o ad un’istituzione. La recente celebrazione del 150° dell’unità d’Italia ha messo l’accento sul concetto di stato e le vicende storiche che lo hanno forgiato. Ma un popolo, ammesso che abbia ancora senso parlare di popoli in questo mondo così interconnesso e globale, si è formato lungo un cammino ben più complesso e caratterizzato da un susseguirsi di eventi che gli hanno dato un’identità unica, un tratto distintivo che lo hanno reso totalmente differente dagli altri.

Dunque la tesi: niente più di un romanzo ci consente di capire cos’è un popolo, di chi realmente si narra, di quale scoperta del diverso veniamo in contatto. E’ di questa idea che mi voglio occupare, della possibilità di comprendere le ragioni dell’essere un popolo senza necessariamente passare dalla sua storia e da ciò che lo ha reso unico al mondo. Percorrere un cammino a ritroso dalla realtà dell’oggi, il romanzo, verso le ragioni che l’hanno prodotta. Sfruttare la sensibilità dell’autore e la sua capacità di critica della società in cui vive, dell’appartenenza ad un popolo che l’ha generato.  La sfida è nata dalla frequentazione del seminario “Israele, una storia d’amore” che viceversa si è posto l’obiettivo di comprendere l’identità di un popolo attraverso le fonti  storiche, il suo credo sociale e religioso e l’analisi dei suoi miti fondativi.

Gli scrittori Israeliani tradotti in Italia sono attualmente solo alcune decine. Tra questi, David Grossman, Amos Oz, Meir Shalev, Abraham Yehoshua, sono quelli di maggiore successo e in prima approssimazione possono essere considerati come un campione rappresentativo per verificare l’idea. Almeno credo.

Abraham-B-Yehoshua-001Provo a partire da “Fuoco amico” di A. Yehoshua, la vicenda di due genitori provati dalla perdita atroce di un figlio morto per mano dei suoi commilitoni, per quel “Fuoco amico” che se da un lato non ci spinge ad odierne la causa, dall’altro ci lascia sgomenti per l’inutilità del sacrificio preteso. Non si può prescindere nel comprendere il popolo d’Israele dallo stato di guerra continua che lo pervade.

 … A partire dal momento della sua morte Eyal era sempre stato con loro, ovunque, in ogni istante. Yirmy e Shuli avevano concordato di poterlo nominare liberamente, ogni volta che lo volevano, non importa di cosa parlassero. Non sempre desideravano evocarne il ricordo, ma sapevano comunque di poterlo fare. Potevano piangere per lui, o per se stessi, compatirsi o arrabbiarsi, maledire chi si era affrettato a sparargli, oppure il contrario, giustificare l’errore. …

E poi, quando le ultime lacrime sono ormai scese e si pensa di andare avanti, interviene la necessità di capire attraverso la conoscenza del tramite, di coloro che per ultimi c’erano, ma che non necessariamente hanno visto o capito.

… Sì, che strano, eppure è la verità. Ero ossessionato dall’idea di stringere la mano di colui che aveva premuto il grilletto, come se quel ragazzo fosse stata l’ultima persona che aveva toccato l’anima di Eyal … E quando le domandai che importava a suo padre che Eyal si addormentasse, perché in fondo non è che stesse vigilando su di loro, al contrario, allora sua madre guardò in modo amichevole e anche se sapeva che io ero il padre del soldato ucciso disse senza timore che suo marito aveva paura che se quel soldato si fosse addormentato gli sarebbe venuta voglia di ammazzarlo. Un soldato sveglio, viceversa, avrebbe potuto difendersi. E perciò lui gli aveva portato un caffè forte … Lui non ha visto proprio niente, era dentro. Ma si è svegliato al suono dell’acqua che scorreva dal rubinetto aperto. Poi ha sentito degli spari e al mattino, dopo che i soldati se n’erano andati portandosi via Eyal, ha trovato davanti all’ingresso del palazzo il secchio lavato e pulito. Ecco un soldato pronto a disattendere un ordine preciso per proclamare: anch’io sono un essere umano e vi restituisco il secchio pulito. È vero, tengo sotto occupazione le vostre terre, ma non ho sporcato casa vostra.

Tanti luoghi di queste vicende ci suonano familiari. I nomi ricorrono a più riprese nei telegiornali, come un frastuono nella nostra routine che ci conferma quanto sia difficile vivere o convivere in quella terra.

… Io non ero mai stato a Tul Karem, anche se dista solo mezz’ora da Netanya. Una volta abbiamo osato recarci a Hebron, un’altra abbiamo visitato la chiesa della Natività a Betlemme. Siamo andati a mangiare in un ristorante di Ramallah, abbiamo attraversato Gerico, e tanti anni fa abbiamo visitato anche Nablus e Jenin. Ma non siamo mai stati a Tul Karem. Che c’è da vedere in una cittadina di confine, anche se abbastanza gradevole? E un normale centro abitato, mediamente pulito, ben tenuto, con strade ampie, viali, e qua e là agrumeti e frutteti. E case di tutte le forme e dimensioni. Ville di uno, due, o tre piani. E anche edifici più alti. E naturalmente non manca neppure un piccolo campo profughi in periferia. Ma niente di terribile. Ci si può vivere. Di certo in Israele ci sono posti peggiori. A volte i soldati vengono mandati sui tetti delle case per fare sorveglianza, o tendere agguati. Per una notte, o anche più. Ci sono tetti privilegiati, di importanza strategica, su cui un intero drappello si accampa per un mese. Ma sotto quei tetti ci abita della gente. Famiglie con bambini che amano e odiano. Non importa però. Il mondo non crolla. L’essenziale è rimanere in vita.

Spesso delle semplici riflessioni ci inducono a sdrammatizzare questo infinito tormento, pensando che in fondo basterebbe così poco per capirsi o accettarsi per quello che siamo.

… «Perché voi ebrei penetrate in luoghi che vi sono estranei e vi insinuate nell’anima degli altri? Perché vi è così facile vagare da un posto all’altro senza instaurare rapporti di amicizia con altri popoli, anche se vivete in mezzo a loro per centinaia di anni? Perché avete un Dio speciale, che è solo vostro, e anche se non credete in lui, siete sicuri che vi garantisca il diritto di vivere dove vi pare e piace? Chi proverà simpatia per voi se vi comportate così? Chi vorrà vivervi accanto? Come potrete andare aventi così?» …

Cosa sarà dei giovani Israeliani o Palestinesi che sono nati e cresciuti in un clima di incertezza perenne? Avranno mai maturato la speranza per una terra promessa di pace e prosperità

(da Abraham B. Yehoshua, Fuoco amico – Einaudi)

Meir Shalev-001Di tutt’altra vicenda è “La casa delle grandi donne” di M.Shalev, la storia dei rapporti di una famiglia, diremmo oggi allargata, in cui convivono Rafael, unico maschio sopravvissuto al destino che non li vede passare i trent’anni, e cinque donne di tre generazioni amalgamate in un’unica testa pensante, la Grande Madre.

… Anni fa, quand’ero un bambino che sfuggiva alle dieci braccia che stringevano, ai dieci occhi che cercavano e alle cinque bocche che chiamavano della Grande Madre, trovavo rifugio nel suo cortile. Abraham divideva con me il suo pane, mi sfoderava i suoi ricordi, ogni tanto mi ripeteva: «Quando sarai grande e comincerai ad andare in giro, se vedrai una bella pietra me la porterai, vero, Rafael? »

Io rispondevo: « Sì, zio Abraham », e mantengo la mia parola. Ogni volta che vedo nel deserto una bella pietra, sia essa grande o piccola, la carico nel cassone del furgoncino, e quando vengo a Gerusalemme a trovare la Grande Madre passo anche da Abraham il tagliatore e gliela porto in dono.

Una città assolata sembra essere un’isola i cui naufraghi si sono specializzati in ruoli bizzarri, madri, zie, nonne, e gli altri, estromessi da una vita molto esclusiva ed intricata dai ricordi.

A quell’epoca Gerusalemme finiva di colpo. Ecco, proprio dietro il muro, un confine. Una linea netta e diffidente. Da una parte l’abitato e la gente, uno squallido negozietto e timide aiuole, dall’altra bestie irsute e astute e rovi tenaci, selvatici. Fino a qui città e una strada ed esseri umani, di qui in poi terre incolte, desolazione e montagna … A volte si sentivano addirittura grida di guerra: l’urlo « Barud » (Dinamite) e lo strillo del falco, il soffio della biscia e lo schianto dello schiacciasassi. Di qui case e marciapiedi, fili della biancheria e una pallida luce elettrica, di là il selvatico e la pietra, lo sciacallo e il cardo.

 La Grande Madre asfissiante, assillante, esclusiva, non può comunque colmare quel vuoto lasciato da un padre sconosciuto, e per questo ancora più necessario. Il lavoro affascinante e duro di un maschio portano Rafael a passare ore e ore nel cortile di un umile scalpellino esperto solo di vita vissuta.

 Posò la pagnotta su un’asse da cui prima sgombrò la polvere con un soffio e una manata decisa, la adagiò su due bidoni vuoti, ne tagliò una fetta e me la diede – «Mangia, su, Rafael, mastica e fatti i denti » – poi scavò nella mollica del pane una grotta profonda. Dapprima con le dita e poi con il tunbar, il suo scalpello largo. A quel punto, con grande precisione e un ordine rituale, riempì lo scavo di pane con pezzetti di formaggio salato, fettine di pomodoro, scaglie di aglio che spelava usando il martello con una delicatezza incredibile, olive nere e foglie di prezzemolo che spuntavano in ogni angolo del cortile. Su tutto versava poi mezzo bicchiere d’olio d’oliva verde che gli portava il suo amico Ibrahim, un hajar arabo, tagliatore di pietra di Abu Gosh. « Questi arabi », mi disse, « non sono bravi a tagliare la pietra, ma fanno un olio magnifico. » E mi raccontò che gli arabi hanno imparato a tenere lo scalpello in mano solo un centinaio d’anni fa, dai tagliatori portati da Malta alla Città vecchia, per costruire la chiesa tedesca. « Vivono qui da mille anni, in questa terra che è tutta di pietra, costruendo solo con pietrisco e calce, finché non sono arrivati i tagliatori da Malta e gli hanno insegnato a lavorare come si deve … Avvolse la pagnotta piena con una sottile carta incerata, arrotolò, chiuse le estremità con un elastico e la mise sotto l’asse di legno sul quale stava seduto tutto il giorno a lavorare. Con ciò cominciava la vera opera di preparazione del panino. Sotto il peso del corpo dello zio Abraham il pane e il suo ripieno venivano schiacciati insieme, i succhi del pomodoro si mischiavano al salato del formaggio, si amalgamavano con l’olio d’oliva e con i vapori profumati del prezzemolo e dell’aglio, penetrando in ogni anfratto del pane. A mezzogiorno, quando venivo a trovarlo tornando da scuola, lo zio Abraham diceva: « il pranzo è servito », e si alzava con un sospiro dall’asse di legno.

La Grande Madre non è solo lo stereotipo della famiglia matriarcale ma è il baricentro delle tradizioni le cui origini si perdono nella notte dei tempi e che costituiscono i tratti distintivi del popolo d’Israele.

« Il circoncisore », confabulavano le cinque teste della Grande Madre, « gli ha lasciato un pelino di pelle di troppo. » La testa della zia nera ridacchiava: « Sembra un cravattino ». La testa della zia rossa aggiunse: « Queste cose capitano solo per una ragione, perché non si permette alle donne di avvicinarsi a controllare l’operato del circoncisore, come se si trattasse di una faccenda che riguarda solo i maschi ».

«Mentre a noi donne tutto ci riguarda», come ripetendo uno slogan, « e più che mai questo. » La testa della zia nera rise di nuovo: « Riguarda molto più noi di loro ».

« Tu, per favore, parla per te », commentò mamma. « Mica a tutte riguarda come riguarda a te. » « Io lo manderei in riparazione », disse mia sorella con un tono sostenuto. « Potrebbe avere dei problemi a letto. » Oggigiorno è una zitella di cinquant’anni con i capelli bianchi, allora era una marmocchia bionda che aveva rapidamente adottato tutto lo stile della nonna, delle zie e della mamma, e che rispettava le loro cerimonie con il puntiglio di un apprendista sacerdote: mi guardava e toccava come loro, corrugava egualmente la fronte preoccupata, e al momento dei lavaggi si chinava su di me al pari di loro, controllava la pelle arrossata nei punti delicati e faceva schioccare la lingua, proprio come loro …

(da Meir Shalev, La casa delle grandi donne – Frassinelli)

 

Continua a proposito di David Grossman e Amos Oz.