Vota i Racconti brevi 2010

RB 2010 – Il canto degli alberi – Francesca Musi, Enrico Mariani

Il canto degli alberi

E’ giornata bella di sole e nuvole bianche sparse a fiocchi come i pon pon sulla mia berretta bianca. Andiamo al parco degli alberi che sfregano il cielo a scoprire dove nasce il vento. Chi fa il vento? Lo fanno le nuvole spostandosi, o sono tutti quegli uccelli che sbattono le loro ali forte forte? 

Con la mamma e senza automobile  entriamo nel parco, posso andare sull’altalena ah ah ah ah ah.

Ogni spinta un volo nuovo, un occhio su qualcosa che poco prima stava in una valigia senza nome. Forse sono tutte le altalene del mondo che spostandosi su e giù fanno il vento? Per me il mondo è ancora piccolo e si allarga pian piano come un poco di latte rovesciato sulla tavola. In altalena faccia di mamma grande, faccia di mamma piccola, faccia di mamma grande, faccia di mamma piccola e avanti indietro, avanti indietro. 

Voglio chiedere tante cose, mappe e grattacieli verdi, ma le sillabe che escono dalla mia bocca succhiano un altro senso. Ah ah ah ah ah.allora acchiappo con le mani quello che vedo e mamma è contenta di sorrisi e baci anche se non capisce i miei versi. Mamma sa di buono, odore caldo ed erba, pane morbido e capelli teneri. 

Forse anche lei vuole capire dove nasce il vento. Ma adesso le nostre parole non coincidono, le parole non coincidono sono solo lettere sparse in aria. Cambia il cielo, arriverà l’autunno? 

Improvvisamente un’ape ronza intorno, brutto, paura, paura. Vrrrrrrrrrrrrrrr. Mamma non si accorge della bestia volante e immagina sia stanca di dondolare e masticare aria. Mi porta via dall’altalena in un botto. Peccato, mi piace tanto stare sull’altalena e masticare aria, e guardare faccia di mamma grande, faccia di mamma piccola, faccia di mamma grande, faccia di mamma piccola, avanti, indietro, avanti, indietro. 

Ma per oggi mi accontento e arrivo a terra inizio a girandolare per il parco. Traballo, traballo a volte cado e ballo sull’erba ispida di istrici e foglie gialle e ottobre ma si incrociano ancora farfalle. Ancora non riesco a camminare spedita, ma non importa, rastrellare il terreno aiuta a raccogliere ogni cosa fra le dita, tocca tocca tocca ci sono castagne matte, fili d’erba e coccinelle. 

Tesorino metti giù che altrimenti ti sporchi– dice

Io rimango delusa, cerco il suo sguardo, lo incrocio, penzola là in alto ma non vede, adesso è dietro e mi solleva. Uffa! 

Di nuovo a terra, vado gattoni e a passi traballoni da un albero vicino per toccarlo e lui parla racconta del vento. Io sento che parla, cotoo cotoo cotoo. Ecco ci sono, la mia mano piccola piccola si posa sul tronco rugoso e faccio il solletico a tutta la pianta, su su fino in cima. Stiamo in compagnia io e l’essere di legno, mentre mamma parla con altra mamma di pappe e nanna. Io e il gigante ci raccontiamo sottovoce chi fa il vento. Respira profondo e muove uno sciame verde e giallo che si porta appeso a coriandoli. Pian piano l’albero alza un vento morbido per grattarsi e accarezzarmi, mi piace sentirlo sulla pelle e vedere le foglie che ballano sui rami come tanti piccoli pupazzi appesi. Più si agita più incita i vicini, a grattare il cielo, frustare l’aria e frullarla al centro, proprio lì dove nasce il vento. Mamma vuole tornare a casa dice che tutta quest’aria mi farà male alle orecchie e alla gola, mamma ansiosa. Mentre mi allontano dall’albero il vento si fa forte, sembra voglia trattenermi, cullarmi, come ninna nanna ninna nanna e le nuvole si fan più fitte e sono panna.

Un gatto mi fissa attento, ha capito che adesso so chi fa il vento. 

Come faccio a spiegarlo alla mamma che sono gli alberi a fare il vento a loro piacimento? Lei non sente quel che sento io, ha solo paura che l’aria mi faccia starnutire e, non ascolta e non sente respirare i tronchi e chiacchierare i rami, bisogna che la chiami ad ascoltar le foglie e le loro voglie. Arriva con il passeggino e la sciarpa rossa, io la guardo e sorrido,  allargo le braccia per farmi sollevare accompagnata dal canto degli alberi come in una danza fino al suo collo di suoni attutiti e carezze. 

La mamma mi osserva silenziosa poi, leggera come imita i miei gesti il vento le sbatte i bei capelli in mille mulinelli.

RB-2010 – Ed è così bianco come la neve – Maddalena Ramolini

Ed è così bianco come la neve

Dana vive in una palla di vetro. Una di quelle con la neve dentro, che si trovano sotto l’albero la mattina di Natale, di solito regalate da una vecchia zia che non vediamo da troppo tempo.

Una casetta che sembra di marzapane, gialla e rossa, con il fumo che esce dal camino. Un abete imbiancato dalla neve finta. Una piccola staccionata di legno chiaro. Una strada deserta che non porta da nessuna parte. È tutto qui il mondo di Dana.

Lei si sveglia la mattina ed esce dalla piccola porta rossa, alza il viso verso il cielo e la neve chimica le brucia le ciglia. Intorno è tutto silenzio, prova a parlare e la sua voce rimbomba come in una scatola chiusa. Appoggia le mani sul vetro curvo che delimita tutto il suo universo, le palme rivolte verso l’alto. Soffia sul vetro per farlo appannare, scrive piano con il dito qualcosa che nessuno leggerà mai, forse una richiesta d’aiuto, forse una preghiera, forse le parole di una canzone che le sembra di aver sognato la notte scorsa, una cosa completamente senza senso ora che ci pensa, dato che non esistono canzoni né musica di alcun genere lì dentro. Non esiste niente, solo neve neve neve e aghi di pino schiacciati per terra. Non esiste niente, solo lei stessa e la sua bianca solitudine che la avvolge come una coperta.
Ogni tanto qualcuno capovolge la palla di vetro e lei si ritrova a testa in giù, così, da un momento all’altro. L’unica emozione che potrà mai provare in tutta la sua vita.

Dana non sopporta più niente, di tutto questo. Non sopporta più la neve, il silenzio, la pace che c’è. Non riesce ad accettare di non doversi mai mettere alla prova, lottare, provare delusioni, cadere e rialzarsi. Il bianco accecante che la circonda le fa male agli occhi. Sa che nessun sole asciugherà mai le sue lacrime di ghiaccio. Odia avere il mondo a un passo e non poterlo mai raggiungere, separata da una sottilissima parete di vetro. Vorrebbe un sole forte e cattivo che sciogliesse di colpo tutta la neve, sentirla svanire sotto le sue dita che lentamente riacquistano calore. Vorrebbe vedere di che colore è la terra sotto quel manto bianco che la soffoca, se ci sono dei fiori, magari.

Certe volte vorrebbe solo che qualcuno, distratto, mentre spolvera la sua prigione di cristallo, inavvertitamente la faccia cadere per terra. Passa ore a immaginare il suono del vetro che si rompe in mille pezzi a contatto col pavimento, così terribile e liberatorio allo stesso tempo. Allora forse potrebbe rialzarsi, un po’ intontita dalla caduta certo, ma libera, finalmente. Con qualche fiocco ancora tra i capelli e le mani arrossate e gelide, camminare per la prima volta in una strada che, anche se non si sa dove va a finire, porta sicuramente da qualche altra parte. E mentre aspetta, seguita a sognare, seduta in un angolo con le braccia intorno alle ginocchia.

E intanto la neve continua a cadere.

 

RB-2010 – Il giorno dei colori – Alberto Arecchi

Il giorno dei colori

Un giorno, al risveglio, ogni colore s’era trasformato nel proprio complementare. Il cielo era giallo-rosato, la gente aveva la pelle cianotica, l’erba era diventata rossa.

Due topi si scrutarono impauriti, nel vedersi col mantello quasi fluorescente: sembravano disegnati col neon. Un’ape a strisce bianche e viola volava impazzita. L’acqua della risaia rifletteva il cielo color zabaglione. Una rana rosso-fuoco vide passare una zanzara, candida come la neve. Reagì d’istinto, allungò la lingua e lo catturò. Il sapore era pur sempre quello di un’ottima zanzara. Il batrace capì che gli conveniva tenere d’occhio gli esserini bianchi svolazzanti… non somigliavano agli insetti del giorno prima, ma si muovevano come loro ed avevano lo stesso sapore. Anche la rana però, benché diventata rossa, apparve ugualmente come un buon boccone al candido corvo, che scese a divorarla.

Nadia si svegliò di soprassalto. Un mese prima aveva dipinto la camera di rosa ed ora le appariva verdolina, d’una tinta un po’ livida, nella luce del mattino. Il gatto di casa saltava da un mobile all’altro, in un ambiente che vedeva estraneo, come un’astronave. Poi riconobbe il proprio odore, in un angolo del tappeto, e si tranquillizzò.

Fu allora che il fiume cominciò a colorarsi. Le acque si rimescolarono tra loro ed assunsero concordi un colore blu, come l’inchiostro stilografico. Il sole batteva sulle onde e sui vortici e ne traeva mille riflessi. Si stupirono i pescatori. Si stupirono ancor di più i pesci. La voce si sparse rapidamente. Il fiume colorato batteva contro le pile del vecchio ponte medievale e tutti accorrevano a vederlo.

L’acqua tracciava ghirigori ed arabeschi sulla sabbia delle sponde e delle isole, come l’agile scrittura d’una mano esperta. I segni presero forma e divennero parole. I rivoletti delinearono mille, diecimila, centomila volte, una stessa parola, lungo tutto il corso del fiume: “Basta! Basta! Basta!” Basta inquinamento? Basta guerre? Ciascuno interpretò l’espressione come meglio credeva. Tutti avevano qualcosa cui dire: “basta!” e perciò tutti si trovarono d’accordo.

Solo la discarica di rifiuti, che ammorbava la città, non si trasformò. Massiccia, elefantiaca, puzzolente come sempre, la discarica resistette e non cambiò colore, rimase tetra e squallida. I suoi miasmi si levavano nell’aria, grigi e cupi, a futura memoria. Qui si svolgeranno gli scavi archeologici dei posteri, per ricostruire la nostra civiltà.

 

RB-2010 – Inappartenenza – Lucia Cherubini

Inappartenenza

“Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,

per ogni cosa che se ne andava!”

Corazzini, “Desolazione del povero poeta sentimentale”

Sento una grande tenerezza per i libri non miei sui quali faccio conti di nessuna importanza, per le penne smarrite da altri nella mia borsa, per questo appartamento vuoto, per le tende che languono da anni a finestre chiuse, soffocate dalla polvere, con un urlo muto che nessuno ascolta.

Ho amato il tremare di verde della primavera e il tremare di pioggia dei cancelli in autunno.

Sento tenerezza fino alle lacrime per il pallone che fugge tra le case, per il pianto disperato del bambino che vede cadere il gelato che ha pagato con la sua moneta appiccicaticcia, il gelato al quale nessun altro sarà uguale.

Ho pianto, soprattutto per i pianti degli altri.

Ho pianto per le stanze vuote e per l’agonia delle parole dimenticate in un cassetto. Ho versato lacrime segrete, questa mattina, per i tasti ingialliti del pianoforte: ingialliti e scordati, tasti che non vengono accarezzati da una vita.

E’ così che te ne sei andata, nel silenzio mattutino delle sei: le rotelle della valigia che strisciavano a terra e i tacchetti sul marmo delle scale ne facevano parte. Il tram se n’è andato con un gran fracasso, ed era silenzio anche quello.

Quel giorno, senza saperlo, hai vagato con me per le strade deserte della città di primo pomeriggio: eri ovunque. Dei dieci film in programmazione al cinema, solo tre non li avevamo già visti insieme.

Ho pensato che il pianoforte si ricordasse ancora della sonata “Al chiaro di Luna”, che poi, come ci tenevi sempre a precisare, si chiama “Sonata quasi una Fantasia”. “Al chiaro di Luna”, a me, piaceva di più.

In ogni modo se lo ricordava. Me l’ha detto con il lamento straziante dei tasti scordati. Mi sono voltato verso l’antiquario e ho detto che poteva portarlo via.

Adesso mi aggiro nell’appartamento deserto, spoglio, nel quale la luce del tramonto che filtra dalle imposte disegna ombre sui pochi mobili rimasti, coperti da lenzuola bianche. Fantasmi.

Quella mattina, prima che il tram partisse, alla finestra ti ho guardata salire. Ti sei voltata verso di me, mi hai guardato desolata, e so che stavi aspettando che ti fermassi: mi lasciavi ma ti sentivi come me: come se le tue uniche certezze le avessi, ormai, dietro le spalle.

Ti ho guardato, le labbra, la curva delle spalle, e l’orlo del tailleur, sotto il ginocchio, raffinato e demodé.

Un colpo di vento ha chiuso le imposte.

 

RB-2010 – La libellula tra i tappeti – Teresa Betti

La libellula tra i tappeti

Sari tesseva l’ultimo tappeto della giornata.

L’odore di lana e il dolore delle bolle sulle sue mani erano per lei un’abitudine.

Lavorava da cinque anni nella fabbrica di tappeti del signor Qubosal e, nonostante ne avesse soltanto dieci, aveva già provato sulla sua pelle che cosa significava non eseguire un ordine del padrone.

Ma la sera era sua. Non eseguiva gli ordini di nessuno!

Così si sdraiava sulla sua stuoia e si trasformava in una libellula dalle ali d’argento, passava attraverso le piccole fessure delle finestre e planava poi verso il cielo stellato e verso la sua libertà.

Ma al mattino il sogno finiva. Sari si alzava e tesseva un tappeto come aveva fatto il giorno prima, e come farà per tutta la vita.

 

RB-2010 – L’uomo che conta i soldi – Fabio Savant

L’uomo che conta i soldi

Ricordo che in seconda elementare la maestra ci raccontò di bambini lontani e meno fortunati, così poveri che non avevano niente con cui giocare. Ci invitò a fare un’opera buona, a rinunciare a uno dei nostri giocattoli per donarlo a loro, in occasione del Natale.

Quando ne parlai ai miei genitori entrambi lodarono l’iniziativa, ma io pensavo di avere un’idea migliore. Mio padre lavorava alla zecca di stato, perciò gli domandai: “Papà, non puoi fare più soldi? Così potranno averli anche i poveri.”

Lui mi rispose: “Non funziona in questo modo: la quantità di soldi che circola deve corrispondere alla ricchezza del paese.”

“Appunto,” replicai, “Se ne fai di più il paese sarà più ricco e non ci saranno più poveri.”

“No,” mi spiegò, “Se ne facessi di più, i soldi varrebbero di meno.”

Proprio non capivo come i soldi potessero valere meno di ciò che valgono, ma insistetti: “E tu non dirlo a nessuno che ne fai di più.”

Mio padre si mise a ridere. “I soldi vengono contati,” disse.

Immaginai un uomo vestito di grigio, con la schiena curva e le mani un po’ viscide, che di mestiere contava i soldi. Tra me e me pensai: “Qualcuno dovrebbe ucciderlo.”

Ero deluso, ma rimaneva ancora la proposta della maestra.

Andai in camera e cominciai a disporre in fila i miei giochi. C’era una scavatrice radiocomandata completa di segnalatore luminoso; c’era un coccodrillo di gomma a cui avevo staccato la coda tirandola troppe volte e con troppa forza; c’era un giochino elettronico, ridicolo se paragonato a quelli che hanno oggi i miei figli, ma che all’epoca tutti mi invidiavano; la fila continuava a lungo e ogni oggetto aveva per me qualcosa di magico e irresistibile.

Impiegai diversi giorni per decidere e alla fine confezionai una piccola scatola regalo con i colori del Natale. La portai a scuola e la misi nel cesto che la maestra aveva preparato, cercando di nasconderla sotto tutti gli altri pacchetti.

In questo momento sono seduto dietro un tavolo in radica, indosso una cravatta da quasi cento euro e ho ancora in bocca il sapore del caviale del brunch. Nel mio ruolo di rappresentante istituzionale, discuto con i miei pari da tutta Europa di cosa si possa fare contro la povertà.

Di fronte a me un uomo si è alzato in piedi tentando di dare enfasi alle sue parole, di far capire la vera natura del problema. Ha in mano una piccola scatola sbiadita dal tempo.

Quarant’anni fa quell’uomo era un bambino e teneva in mano la stessa scatola per la prima volta, ed era vuota allora come lo è ora.

E torno a pensare che per sconfiggere la povertà qualcuno dovrebbe uccidere l’uomo che conta i soldi.