RAFFAELE CIRIELLO: CARTOLINE DALL’INFERNO

GERUSALEMME – «Venite, hanno sparato a un fotografo italiano!». La corsa muta nelle strade svuotate di Ramallah. Il capo della sicurezza di Arafat che ci aspettava davanti all’ospedale, la pistola in pugno: «L’abbiamo portato di sopra…». Quel tavolo del pronto soccorso, i medici che spiegavano: «Sei colpi, niente da fare…». Il neon tremulo, i sacchi di sabbia, gli spari tutt’intorno. Le trattative con gl’israeliani per portarlo fuori. La perquisizione dell’ambulanza. La sosta all’albergo dove aveva dormito l’ultima notte, per riprendere veloci lo zaino e le macchine fotografiche. E poi la veglia lunga, incredula, in una cripta di Gerusalemme. E l’aereo che di notte venne a prenderlo dall’Italia. E Paola, la moglie, faccia bianca e occhi asciutti nel buio dell’aeroporto. E dietro Carlo Verdelli, il vicedirettore del Corriere, ancora più pallido…

(Francesco Battistini Corriere della Sera, 13 marzo 2012)

RAFFAELE CIRIELLO Venosa 1959 – Ramallah 2002. Nato in Basilicata, ma milanese di adozione, Raffaele era un chirurgo plastico convertito allo fotografia. Nel 1993 la Somalia devastata da guerra e siccità gli offre la prima occasione d’avvicinarsi al fotoreportage di attualità: documenta la tragedia e ritrae gli inviati della Rai Ilaria Alpi e Miran Hrovatin poco prima della barbara uccisione. Nel 1998 è uno dei primi fotografi a comprendere la rivoluzione d’internet e a trasferire tutto il suo lavoro su “Postcards from Hell – Cartoline dall’Inferno” il sito web che da quel momento raccoglierà tutte le immagini e le riflessioni di viaggio. I suoi reportage in Rwanda, Sierra Leone, ex-Jugoslavia, Albania, Kosovo, Iran, Cecenia e Afghanistan trovano spazio sui maggiori giornali di tutto il mondo, dal Corriere della Sera al New York Times. Viaggia più volte con Maria Grazia Cutuli, l’inviata del Corriere della Sera assassinata in Afghanistan. Nel 2002 decide di tornare in Palestina per raccontare la Seconda Intifada. Il 13 marzo a Ramallah mentre si sporge per riprendere un carro armato israeliano viene falciato do uno raffica di mitraglia.

(Milano ­- Spazio Oberdan dal 15 al 30 giugno 2013)

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Foto rubate? Robert Doisneau allo Spazio Oberdan Milano

Il celebre “Bacio de l’Hotel de Ville” non è una foto che coglie di sorpresa due amanti casuali: erano due attori.

… “Il bacio de l’Hotel de Ville” era una foto su richiesta, commissionata dalla rivista Life, che aveva donato già in precedenza uno schema su cui basarsi. Mio padre lavorava come reporter fotografico. A suo avviso, un’opera è anche l’attimo che viene rubato ai suoi “lavoratori”, ai suoi complici. Un’opera può anche essere richiesta da una rivista, ma il modo con cui viene fatta è il più libero possibile. Egli voleva assolutamente andare al di là di quello che la rivista gli chiedeva. Questa foto, per prendere un esempio conosciuto pressoché a tutti, era su richiesta: i due erano attori che però si amavano veramente. Essi hanno passato una giornata a camminare per la città, ma senza che fosse presente alcuna posa. Mio padre ha colto l’attimo del bacio per scattare la foto che, nonostante fosse richiesta, rimase in un’atmosfera totalmente naturale. Non si riesce mai a distinguere tra ciò che è vero e ciò che è costruito: si tratta di un mondo ricreato. C’è sempre qualcosa di misterioso: è teatro o realtà? Si cerca di ricreare un mondo che si trova all’interno della propria immaginazione. Lui stesso diceva: «Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere». Non c’è nelle sue foto una realtà oggettiva, ma c’è un mondo che l’artista cerca di ricreare, di dimostrare, una verità che trova nella sua mente e nel suo cuore.

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