RB-2010 – Colui che camminava nelle tenebre – Enrico Ventura

Colui che camminava nelle tenebre

Uscirono di pattuglia, con l’auto di servizio. A stento i fari illuminavano l’oscurità che grava sempre sulle strade del comune di Vallebuia, in provincia di Tenebra, dimenticato da Dio e dall’Enel. Qualche fioco lampione appariva, più che una luce, una beffa, e alimentava, giù nei visceri, la Paura Estrema. Gatti e uccelli notturni, neppure loro, non si azzardavano per quelle strade. In una notte senza luna una civetta volò da un albero all’altro e, la mattina dopo, spiaccicata, fu sepolta da Nonna Strizza, l’ostetrica di quel luogo dove molti bambini nascevano ciechi.

La pattuglia era composta da Manuela, bella e provocante appuntata, e dal brigadiere Lo Terso, che era ormai sull’orlo della pensione e non vedeva quasi più nulla, né voleva sapere altro oltre il Regolamento. La bella Manuela, che era piena di ambizioni e sperava di posare un giorno per calendari paganeggianti, lo tormentava con ripetuti rimproveri.

“Se tu non avessi millantato al Comandante che noi siamo di “Carabinieri Dieci”, mentre la produzione è ancora a “Carabinieri Nove”, non ci avrebbero trasferito in questo posto maledetto”.

“Taci, appuntata! Mi sembra di vedere un uomo”.

“Tu vedere? Che vuoi sfruculiare?”

Ma il brigadiere aveva ragione: proprio sotto uno dei pochi lampioni della strada, che in quel punto deviava sulla sinistra, camminava un uomo.

Camminava in modo strano, dinoccolato, come se fosse fatto di snodi, leggero e veloce. La scarsa luce impediva di vedere il suo vestito, e un cappuccio gli copriva il capo. “Non ha il giubbotto catarifrangente!”, gongolò la bella Manuela, e prese nel cruscotto il libretto delle multe. Il brigadiere accese i lampeggianti e si munì di una piccola torcia elettrica.

Illuminato da dietro da potenti fari, e apostrofato con la tipica voce educata e meridionale dei doppiatori dei telefilm sulla polizia italiana, l’uomo che camminava nelle tenebre rallentò il passo. La bella Manuela, educata ma ironica, gli disse: “E così ci siamo dimenticati il giubbotto, eh? Non conosce le ultime disposizioni ministeriali? Non sa che chi lascia l’auto senza indossare il giubbotto omologato in vendita per pochi euro – negli eleganti colori rosso, giallo, arancione e vomito di gatto – oltre a correre il rischio, come correva lei, di essere investito, incorre in una multa da 100,00 a 500,00 euro, e perde due punti della patente? Mi dice dove ha lasciato l’auto?”.

“Io mi chiamo Torquato Lo Sfigato, e in vita mia ho mai avuto un’automobile, e nemmeno una bella donna come lei. Con tutto il rispetto”. La sua voce era sibilante, non modulata, e Manuela si illuse che fosse il desiderio per lei a strozzargli l’ugola.

“Mi dia un documento”, disse il brigadiere Lo Terso. L’uomo che camminava nelle tenebre tirò fuori una custodia cartacea che provocò un forte fastidio al brigadiere. Avvertì un odore dolciastro, nauseante, e allora puntò la piccola torcia sul viso dell’uomo, nascosto in parte nel cappuccio. Il brigadiere, per sua fortuna in questo caso, era miope, presbite e ipermetrope.

“Allora lei non gira in auto?”.

“Controlli pure il Comando, se vuole”.

“Vada pure, ma stia attento. E si faccia fare una carta d’identità nuova”.

“Ho gli occhi di gatto e mi guardo anche dietro”.

La voce dell’uomo aveva una sfumatura di ironia. Abbozzò un saluto militare e se ne andò, svanendo nelle tenebre.

“Sono convinto”, disse il brigadiere, “che questo obbligo del giubbotto sia una cavolata, se  non viene esteso a tutti quelli che frequentano le strade buie. Automobilisti o pedoni che siano. Che ne dici, il pericolo non è identico?”

Manuela non rispose. Era svenuta. Lei ci vedeva benissimo, e aveva visto il viso dell’uomo. I cavi orbitali senza occhi e i denti senza labbra.

L’uomo intanto aveva raggiunto il cimitero e qui, alla luce dei fuochi fatui, trasse lo specchio magico che gli mostrava il volto di quando era vivo. Un giovane bellissimo. Pensò a Manuela, e sospirò. Poi si trasformò in nebbia sottile. Filtrò sotto la sua lapide, e sparì. Sulla lapide era scritto: QUI GIACE / TORQUATO LO SFIGATO / 1965 – 2000 / TRAVOLTO  DA UN CAMION PIRATA / IN UNA NOTTE SENZA LUNA / NON AVEVA IL GIUBBOTTO CATARIFRANGENTE!

E intanto che Torquato rientrava nella sua bara, le tenebre di Vallebuia della provincia di Tenebra stesero le loro enormi, terribili mani su tutta la Terra, e per gentile concessione di Edgar Allan Poe, al rintocco della mezzanotte, la Morte Rossa entrò nei saloni della gente Bene e di quella Male.

E io mi svegliai da quell’incubo recitando il Classico dei Classici: “… e nella palude putrida vidi lentamente sprofondare le rovine della Casa degli Usher”.

N.B. Oggi le nuove norme del Codice della strada hanno finalmente esteso l’obbligo del giubbotto catarifrangente anche ai ciclisti.

                                                                       L’autore

Qualche commento della stampa:

… un racconto che è una vera panacea per gli stitici…  (La  Repubblica)

… farebbe rizzare i capelli in testa anche a Claudio Bisio…  (Il Corriere della Sera)

… speriamo non corrompano l’Autore comperando il testo per Carabinieri 11…   (Libero)

… una concorrenza intelligente non mi dà fastidio…  (Woody Allen)

… quand me l’han lett, me sont sentii risciàa i busecc!…  (Umberto)

… Allegria…  (Mike, da lassù)

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