RB-2010 – Il giorno dei colori – Alberto Arecchi

Il giorno dei colori

Un giorno, al risveglio, ogni colore s’era trasformato nel proprio complementare. Il cielo era giallo-rosato, la gente aveva la pelle cianotica, l’erba era diventata rossa.

Due topi si scrutarono impauriti, nel vedersi col mantello quasi fluorescente: sembravano disegnati col neon. Un’ape a strisce bianche e viola volava impazzita. L’acqua della risaia rifletteva il cielo color zabaglione. Una rana rosso-fuoco vide passare una zanzara, candida come la neve. Reagì d’istinto, allungò la lingua e lo catturò. Il sapore era pur sempre quello di un’ottima zanzara. Il batrace capì che gli conveniva tenere d’occhio gli esserini bianchi svolazzanti… non somigliavano agli insetti del giorno prima, ma si muovevano come loro ed avevano lo stesso sapore. Anche la rana però, benché diventata rossa, apparve ugualmente come un buon boccone al candido corvo, che scese a divorarla.

Nadia si svegliò di soprassalto. Un mese prima aveva dipinto la camera di rosa ed ora le appariva verdolina, d’una tinta un po’ livida, nella luce del mattino. Il gatto di casa saltava da un mobile all’altro, in un ambiente che vedeva estraneo, come un’astronave. Poi riconobbe il proprio odore, in un angolo del tappeto, e si tranquillizzò.

Fu allora che il fiume cominciò a colorarsi. Le acque si rimescolarono tra loro ed assunsero concordi un colore blu, come l’inchiostro stilografico. Il sole batteva sulle onde e sui vortici e ne traeva mille riflessi. Si stupirono i pescatori. Si stupirono ancor di più i pesci. La voce si sparse rapidamente. Il fiume colorato batteva contro le pile del vecchio ponte medievale e tutti accorrevano a vederlo.

L’acqua tracciava ghirigori ed arabeschi sulla sabbia delle sponde e delle isole, come l’agile scrittura d’una mano esperta. I segni presero forma e divennero parole. I rivoletti delinearono mille, diecimila, centomila volte, una stessa parola, lungo tutto il corso del fiume: “Basta! Basta! Basta!” Basta inquinamento? Basta guerre? Ciascuno interpretò l’espressione come meglio credeva. Tutti avevano qualcosa cui dire: “basta!” e perciò tutti si trovarono d’accordo.

Solo la discarica di rifiuti, che ammorbava la città, non si trasformò. Massiccia, elefantiaca, puzzolente come sempre, la discarica resistette e non cambiò colore, rimase tetra e squallida. I suoi miasmi si levavano nell’aria, grigi e cupi, a futura memoria. Qui si svolgeranno gli scavi archeologici dei posteri, per ricostruire la nostra civiltà.

 

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