L’infermiere

Bene, cominciamo dal principio. Correva l’anno millenovecentoquaranta e qualcosa, insomma la data esatta non ha poi tanta importanza, si capirà da sé, dice lui.

Luogo: deposito viveri americano, ferrovia di Napoli.

Un pomeriggio abbastanza fresco, di quelli da cappottino leggero e mocassini, Fabio va da Aldo, un giovanotto sui ventidue anni e, come al solito, si scambiano risate e pacche fraterne sulle spalle. Sono anche colleghi di università, frequentano il Politecnico, o un’altra facoltà di ingegneria (la memoria passa, insieme agli anni, è quello che Aldo mi dice un po’ sconsolato). D’un tratto Fabio dice: «Vuò guaragnà nu poco?» Aldo cerca di capire qual è la proposta del suo amico nu poco capa e niente.

«Al deposito americano alla ferrovia, ti pagano bene , è na cosa nu poco delicata, ma tu sì scetato no?»

Aldo resta un po’ perplesso: «Ma c’aggia fà? Che devo fare?» risponde.

E la risposta dell’amico lo spiazza del tutto: «L’infermiere».

Ma, insomma, gli anni erano quel che erano e di soldi non se ne vedevano.

Ad Aldo piaceva fumare ogni tanto, ma non era una cosa che ci si poteva permettere a quel tempo: un giorno la madre lo vide far finta di fumare, con un penna di pasta e una nocciolina e gli diede un ceffone tanto sonoro da essere ricordato per ben 60 anni.

«L’infermiere? Ma io non so fare niente! E poi non so l’inglese, vabbuò andiamo».

Il giorno dopo l’amico fece ad Aldo un po’ di scuola sui termini tecnici dell’infermeria: “Illness” malattia. “Head” testa. “Stomach” stomaco. “Blood” sangue.

«Aldo, però ripeti ià».

Ma come cavolo posso fare questa cosa, e se poi se ne accorgono ? Certo che però gli americani song tutti nu poco strunze, o ddice sempre Fabio che con quei capelli unti girati di lato fa il gran signore, comm’ è simpatico.

Imparati i termini inglesi, frastornato e con il mal di testa, tornò a casa insieme a Fabio con in mente mille pensieri, era sempre stato uno di quelli di cui si dice “ne pensa cento…..”

Per strada, calciando qualche piccola pietra che intralciava il suo cammino, gli chiese come si dicesse “verruca” in inglese, ce le aveva sempre suo padre.

«Ma che te ne fotte Aldù, sti ccose nun ce ne stanno, comunque si dice “verruca”».

La sera andarono tutt’e due alla ferrovia e si presentarono a un generale americano biondo, con gli occhi ovviamente azzurri, che aveva la camicia sbottonata e una catena d’oro al collo: «What’s this?» chiedeva indicando freneticamente le cose intorno a lui e Aldo, pronto e sicuro, diceva: “peroxid” “crystal”, “cotton-wool” e così facendo si conquistò il posto di infermiere: «Ok, ok good».

Il ruolo di Aldo consisteva nello stare in uno sgabuzzino, che fungeva da infermeria, e medicare chi arrivava con qualche ferita. Segnava su grossi fogli bianchi, puliti e molto americani, nome cognome e causa della ferita. E qui casca l’asino, dice Aldo nel raccontare. Se avesse scritto le cause vere come rissa o apertura errata di barattoli, i ‘mericani avrebbero licenziato quegli operai, tutti italiani ovviamente. Lui doveva scrivere “generic illness”, medicare quel che poteva e stare zitto, sempre.

Le cose comunque andarono abbastanza bene per un po’ di tempo e lui guadagnava bei dollari.

«Mai lo deve sapere mia madre! Fabio dammi n’appoggio a casa toja e così mi cambio e lascio i soldi in banca, che se mia madre lo sa le vene n’infarto e patemo m’accire».

Un giorno arrivò in infermeria il panciutissimo cuoco italiano con una mano grondante sangue per un ovvio “generic illness” e gli disse: «Tu non dire niente e io ti faccio cenare come si deve».

Gli americani buttavano un sacco di roba, ma avevano dato l’ordine di non dare niente agli italiani. Lo sguardo di Aldo mentre mi racconta questa cosa non è riproducibile sulla pagina: uno sguardo non di odio, ma di incredulità di bambino, rabbia di ragazzo e sconforto di anziano.

Inutile dire che Aldo accettò ed entrò in un giro che sapeva di solidarietà, ma anche di camorra.

Verso le undici gli americani cenavano e in infermeria, insieme alle risate, ai rumori delle stoviglie e alla musica, arrivavano pezzi di cioccolata, scatole di pollo, pezzi di grasso e scatole di legumi. Aldo era lì, pronto a nasconderli e distribuirli a dei grossi ragazzotti napoletani che facevano gli sguatteri e che, a quell’ora, uscivano dal deposito indossando dei giacconi verdi con molte, molte tasche.

L’ingresso era pattugliato dai due soldati americani stavolta non biondi con occhi azzurri ma neri: in teoria non sarebbe importante questo particolare, ma “e niri erano cchiù mariuol’ ‘e nuje”, lui dice. Perciò, per un caso stranissimo della sorte, nel momento in cui questi ragazzotti con le giacche dovevano uscire, una delle sentinelle avvertiva un malore e l’altro si distraeva per soccorrerlo. La corsa era d’obbligo, più che altro per sentire il vento sotto le orecchie e immaginare il volto felice di qualche famiglia cui sarebbero andate di lì a poco quelle scatolette di cibo.

 Dopo qualche giorno di queste manovre arrivò un pacco ad Aldo: era la sua parte. Un bel pezzo di cotica. Lavorò fino al mattino e poi mise la cotica nella copertina di un suo libro per superare tranquillo i controlli mattutini dell’uscita. La copertina gliela aveva fatta la madre, con un pezzo di giornale girato a doppio “accussì nun se ‘nguaja”. Se avesse saputo!

Un giorno successe quello che temeva: arrivò un generale con uno strano “stomachache”.

Marò e mmò che faccio, che ne saccio io mò, lo sapevo che succedeva, e c’aggia fa? Questo si piega in due e che ne so: forse è solo indigestione, forse è come quando ero piccolo che mia madre mi dava acqua e limone dopo pranzo, marò mo m’accire, mi uccide sicuro.

Il cuore gli batté un poco, solo un poco però, perché lui era un tipo “scetat”, come diceva Fabio. Si guardò intorno con aria attenta e pensierosa, da vero medico esperto e disse: «Water with lemon, mister».

L’aria si fermò, il tempo si fermò e il cenno d’assenso del generale fu una benedizione.

Dopo un’oretta circa il generale tornò: i passi si riconoscevano, non erano quelli sguaiati ma fermi dei compari suoi, ma quelli impettiti e stronzi dei ‘mericani.

La prima cosa che il generale fece fu stringergli la mano con energia e gli diede perfino una pacca sulla spalla: «Ok, ok, thanks a lot». Sembrava affascinato dalle doti terapeutiche di quell’abilissimo infermiere che lo aveva salvato da un lancinante dolore a lui sconosciuto. Fece dei ringraziamenti molto esagerati da bravo americano e se ne andò felice e in salute. La voce girò e Aldo si ritrovò ad assistere una serie infinita di soldati che lui liquidava sempre con un “water with lemon, mister” e sembrava farli felici davvero. “Chilli erano sciemi overamente, meglio accussì però”.

Lì attorno girava spesso un piccolo boss, al quale tutti facevano riferimento per la gestione di quel giro clandestino di cibo: un ometto un po’ tarchiato, sudaticcio e ben vestito.

Un giorno Aldo trovò nell’armadietto dei medicinali, dove veniva nascosto il cibo, un pacco con dei soldi: era la sua parte, cospicua, visto che rendeva gli americani cosi tranquilli con quei suoi rimedi e quel suo fare da dottore. Capì che dipendeva tutto da quell’ometto che camminava con le mani giunte dietro la schiena e un alone di fumo che lo accompagnava.

Finalmente poteva fumare qualche sigaretta. “Marò che sensazione speciale: stu fummo m’arricreja” pensava tra sé quando camminava, sul fare dell’alba, verso la casa d’appoggio dell’amico, dopo aver fatto il suo turno. Quel boss era il capo forse di qualche piccolo clan dei dintorni, ormai i clan proliferavano a quel tempo. Ma lui pareva sapere tutto, aveva l’occhio un po’ socchiuso e arrognato, aveva poi quel modo di parlare con i gesti, quando per capire bisogna guardare quelli e non ascoltare le parole. Si aggirava da quelle parti come se fosse uno di loro, degli americani, sicuro e impettito. Ma ci teneva a dire “io stongo cu vuje, simme tutti tale e quale ccà, noi siamo uguali”.

Una notte si avvicinò ad Aldo mentre stava facendo un piccolo riposo su di una branda, si avvicinò tanto silenziosamente da spaventarlo: «Marò chi è?»

Si sedette accanto a lui e gli disse: «Stanotte, ce stann cchiù cose ‘a fa».

«Cosa? Che devo fare, stavo riposando un poco…che è succiese?»

«Il carico oggi è grande, ci devi aiutare di più».

Aldo strizzò gli occhi per svegliarsi, si passò la mano sulla nuca per stiracchiarsi e annuì.

Doveva aspettare l’ora di cena, verso le undici, mischiarsi tra la folla dello scarico e aiutare a prendere tutto l’occorrente. A rubarlo, cioè. Ma lui non si sentiva affatto un ladro, e nemmeno gli altri.

Andò tutto come previsto dal boss, tranne che per un vistoso taglio che proprio lui si fece alla mano. Il vestito era a posto, cravatta, camicia, orologio da taschino, ma la mano era rossa, il sangue non voleva saperne di smettere di sgorgare, incessantemente.

Passare tutte quelle scatole gli aveva reso le mani callose e ancora più ruvide, ma quella sera, per aprire la cassa di legno, si era tagliato. I chiodi, grossi e arrugginiti, stanchi della guerra e malandati, non si tiravano via; lui andava di fretta, tutti andavano di fretta, non c’era tempo per cercare un arnese migliore delle mani del capo. È così che fu.

Doveva passare dietro la tenda dei tavoli per la cena, cercò di non farsi vedere, fu attento, il sudore gli aveva impregnato colletto e mutande, ma forse questo succedeva sempre.

Non funzionò: uno di loro, dei ‘mericani, decise proprio in quel momento di alzarsi per cambiare la musica, era un po’ ubriaco, rideva e barcollava, ma gli occhi erano abbastanza aperti per vedere il boss sanguinante. Lo guardò e disse: «What’s up here?»

L’ometto in quel momento era più piccolo, grasso e sudato che mai.

Come spiegare? Lui veniva solo dal locale di scarico, niente scalini o coltelli da cucina con cui spiegare, niente.

L’americano si scurì in viso, per quanto possibile, e cominciò a parlare ad alta voce chiedendosi cosa fosse successo. Ai soldati il sangue importa un bel po’.

Allora arrivò Aldo, che fino ad allora non aveva sentito nulla. Guardò e capì immediatamente: si mise la sua maschera da infermiere e avanzò a passo tranquillo, dentro vomitava, piangeva e urlava.

«Oh, sei qui!» e sorrise rivolto all’americano: «He’s here!»

Spiegò che il poverino aveva una verruca che ogni tanto sanguinava e doveva essere periodicamente medicata.

L’americano, che evidentemente non aveva mai sofferto di quel genere di cose, credette alle parole di Aldo. Rise pure, prendendo in giro quell’ometto e dando altre pacche sulle spalle all’infermiere.

La musica ripartì, il rumore di stoviglie, che prima si era bloccato per la scena, riprese.

Aldo ricominciò a respirare. Andarono in infermeria: l’ometto lo guardò, non disse una sola parola, ma lo guardò a lungo negli occhi, poi inspirò aria ed espirò tutta la tensione.

Non una parola, ma uno sguardo, proprio come si deve ai migliori boss della camorra.

Già dal giorno dopo tutto tornò normale, cioè, come al solito.

Aldo una mattina fece per andarsene a casa, diede un ultimo sguardo dietro ai medicinali nell’armadietto per assicurarsi che non ci fosse nulla di sospetto e trovò una busta : “Infermiere” c’era scritto.

L’aprì, c’erano più soldi di quanti ne aveva fino ad allora guadagnati e un sigaro, come una firma. Prese tutto e uscì.

Tornando a casa, erano le sei, sette del mattino vide quattro suoi amici, l’uno vicino all’altro, in cerchio, nascosti dietro a un vicolo: si avvicinò per salutare e vide che stavano dividendosi un mozzicone preso da terra, un tiro ciascuno, accussì, tanto pè pazzià. Lui aveva un intero pacchetto nella tasca, lo strinse forte, poi lo tirò fuori e fece felici quattro ragazzi.

Ma non tornò mai più a lavorare dagli americani. Si sentiva sporco, “me sentetto na mossa rint’ o stommaco”, mi racconta facendo il napoletanissimo gesto delle cinque dita che sembrano svitare un tappo. “E pò, mammema ‘nò ssapeva, non potevo guaragnà tutt chilli sordi e nun purtà niente a casa. Sai, a volte la coscienza fa più male della fame”.

La vita di Aldo è molto lunga, e piena di avvenimenti importanti per un uomo: matrimonio, figli, lavoro, carriera, stipendio, fine della guerra, tempi che cambiano, peli bianchi che aumentano.

Insomma, la vita lo portò a laurearsi in ingegneria e a ottenere un posto al Volturno, l’odierna Enel, società elettrica. Fece molti passi avanti e divenne dirigente. Una bella scrivania, una enorme passione messa in ogni gesto, in ogni azione: oltre ad avere una bella scrivania aveva anche una bella moglie. Si sposarono nel 1954, questo se lo ricorda bene, eh sì! Una piccola donna molto energica e vitale che gli diede due figlie femmine, molta allegria e molti “strilli”.

Un giorno, che col suo completo blu era seduto dietro la scrivania del suo ufficio, sentì delle urla fortissime: sulle prime non volle farci caso, anche perché le donne delle pulizie erano spesso delle cantanti fallite e si esibivano in gare canore. Poi ci pensò bene e non era affatto l’ora delle pulizie: distolse lo sguardo dalle sue carte, si passò la mano tra i capelli brizzolati, si aggiustò la rossa cravatta e fece per alzarsi. Il rumore si era fatto forte ed era una voce di uomo che si lamentava di qualcosa che aveva a che vedere con la sua bolletta (a quell’epoca Aldo ci sentiva bene e le urla erano forti davvero). Mentre stava per alzarsi la porta si aprì e due colleghi entrarono portando al braccio l’uomo urlante, vestito di tutto punto, vecchio, tarchiato e sudato. L’uomo disse con fare minaccioso che se quello era il dirigente gliele avrebbe fatte vedere di tutti “e culure”, mentre i due colleghi di Aldo lo guardavano con occhi impotenti.

L’uomo si avvicinò alla scrivania, guardò Aldo da vicino, poi ancora più vicino e, con occhi piccoli e sorpresa nell’espressione, aprì la bocca, ma quello che disse stupì tutti i presenti: «‘nfermiè!»

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