Il senso verde del tempo

Dieci passi sono come cento, cento passi sono come mille. Mille passi sono come cento, cento passi sono come dieci. Quando le azioni hanno un senso, cosa importa il tempo necessario per realizzarle?

Due uomini abitavano ai confini di un bosco, e quel bosco dava senso alle azioni di quei due uomini. Entrambi andavano nel bosco al mattino, entrambi vi rimanevano tutto il giorno, entrambi ritornavano nelle loro case la sera, ma il lavoro dei due uomini non era lo stesso, né avveniva contemporaneamente. Il primo uomo portava un sacchetto, il secondo un’accetta, il primo piantava semi, per far crescere nuovi alberi, il secondo li abbatteva.

Ognuno dei due lavorava nel bosco, ma prima colui che piantava, poi colui che abbatteva: ogni  quattro anni, senza saperlo, si davano il cambio.

Uno dei due credeva, l’altro no, ma chi dei due? Davvero il bene coincide con il seminare? Davvero il male coincide con il distruggere? In fondo, non siamo tutti alla ricerca di un senso? Non crediamo tutti che le nostre azioni lo abbiano, convincendoci di seminare, anche quando distruggiamo, o rammaricandoci di non riuscire a far crescere nulla, anche quando seminiamo?

Un uomo piantava e un altro abbatteva, ma entrambi convinti di essere nel giusto, entrambi sorpresi che la loro fatica fosse senza fine. Perché? Perché più il primo dei due uomini piantava alberi, più il secondo ne abbatteva, tanto che il bosco manteneva sempre le stesse dimensioni. Quattro anni si succedettero ad altri quattro, e quattro ad altri quattro ancora, ma il bosco non mutava mai grandezza. Non sapendo come fosse possibile, ognuno dei due uomini decise di non piantare o abbattere più gli alberi, a partire dal solito luogo. Senza sapere nulla dell’esistenza dell’altro, né tanto meno delle sue intenzioni, decisero di cominciare il lavoro dal confine diametralmente opposto a quello abituale di partenza, proprio dove aveva lavorato normalmente l’ignoto avversario. Il primo dei due uomini, colui che piantava gli alberi, capì che qualcuno li stava abbattendo, poiché vide un’immensa distesa di tronchi tagliati, allora seminò con ancora maggiore solerzia: non avrebbe permesso a nessuno di uccidere quel bosco, poiché quel bosco era il creato, quel bosco era il suo lavoro, quel bosco era la sua vita, il senso della sua vita. Il secondo dei due uomini, colui che abbatteva la vita, impiegando molto tempo per raggiungere l’estremità opposta del bosco, non intuì, invece, l’esistenza del primo, poiché gli alberi erano solamente tanti e tutti uguali: il bene è sempre discreto, sempre invisibile, mai ostenta se stesso, è sempre la destra, che non sa cosa fa la sinistra. Fu solo contento di abbattere altri alberi. E li abbatté.

Entrambi avevano lavorato altri quattro anni ciascuno, partendo dal confine del bosco, opposto a quello abituale.

Alla fine di questi altri otto anni, il primo uomo e il secondo uomo decisero di ritornare, ognuno, al proprio luogo originario. Il primo dei due uomini, colui che seminava, trovò i propri alberi abbattuti, si convinse allora di dover attendere il proprio avversario, ma non in quel posto, in cui avendo già abbattuto, avendo già fatto del male, forse non sarebbe tornato, ma al centro del bosco, al centro dell’essere. Si diresse, allora, nel cuore di quel luogo, nel cuore dell’essere, e aspettò.

Il secondo uomo, trovando alberi abbattuti e seminati insieme, nell’area da cui aveva iniziato a lavorare molti anni prima, capì che c’era un altro uomo a seminare, mentre lui abbatteva, per questo il bosco gli era sembrato infinito. “Dove avrebbe potuto incontrarlo? Nuovi alberi li avrebbe piantati, sicuramente, ai confini del bosco.” Decise, dunque, di percorrere tutto il perimetro esterno, ma non lo trovò, trovò invece la sua casa, e inchiodato alla porta, un biglietto:

“ Recati lì dove gli alberi hanno il loro cuore.”

Che cosa voleva dire? “Certo”, pensò, “il centro del bosco! Un uomo che piantava alberi doveva sicuramente ritenere il centro del bosco una sorta di anima del tutto.” L’uomo vi si diresse, quando ormai erano passati ventiquattro anni dal primo albero seminato e venti dal prima abbattuto, anni in cui i due uomini erano diventati vecchi, ognuno lottando per la propria vita.

Eccoli infine, loro due, le uniche chiome grige tra chiome verdi, le uniche due pietre tra i tronchi.

Si guardarono in silenzio, ma il primo dei due uomini, colui che seminava, custodiva in silenzio la propria pace, il secondo, colui che abbatteva, tratteneva in silenzio la propria inquietudine, la tratteneva… finché non la trattenne più:

— Perché hai ostacolato il mio lavoro, in tutti questi anni?

— Tu hai fatto lo stesso. — L’uomo che seminava  non si scompose.

— Questo bosco non deve esserci, io volevo farne una spianata di terreno per la mia casa.

— Non si può spianare una cosa viva, non si può spianare la vita.

— Non è vita!

— E’ vero. Qui qualcuno non è vivo, ma io sono vivo, questi alberi sono vivi. Tu? Tu sei vivo? Io credo che tu non lo sia. — Il primo uomo, colui che seminava, aveva risposto ancora calmo.

Il secondo uomo strinse ancora più forte l’accetta, sperando di terrorizzare l’uomo che seminava la vita, ma la vita del primo uomo, di colui che seminava, non si spaventò di fronte alla minaccia della morte. Stettero in silenzio, lottarono l’uno contro l’altro, in silenzio, misurando la resistenza, l’uno del male, l’altro del bene, entrambi convinti di possedere il bene, entrambi convinti di combattere il male.

— Ti propongo un patto. — Il primo dei due uomini, colui che seminava la vita, conosceva la strada da percorrere.

— Quale?

— Sarebbe il mio turno di quattro anni ora, no? Mi sembra che ci siamo alternati in questo modo, senza saperlo, per tutto questo tempo.

— Sì, è il tuo turno. — ammise il secondo uomo, colui che abbatteva alberi.

— Allora io, per quattro anni, continuerò a piantare alberi, e tu non farai nulla per impedirmelo, poi sarà il tuo turno: se riuscirai ad abbatterne più di quanti ne ho piantati, il bosco sarà tuo.

Il secondo uomo rifletté qualche istante, calcolò la velocità di abbattimento di un albero, rispetto alla sua crescita, e sorrise con scherno tra sé e sé.

— Accetto.

— D’accordo, allora. Fra quattordici anni ci ritroveremo al centro del bosco.

— D’accordo. — Il secondo uomo, colui che abbatteva gli alberi, si allontanò… dal primo uomo, dal cuore delle cose, dal cuore della vita, che era al centro di quel bosco, che era il centro di quel bosco.

Ci furono allora quattro anni, quattro anni di semi, di semi e di vita. Ed altri quattro anni, quattro anni di accetta, di accetta e di morte.

Si ritrovarono nuovamente dopo questi anni, al centro, nel luogo del cuore, e parlarono.

— La morte è stata più efficiente della vita, il bosco è mio. —  Era sicuro di sé il secondo dei due uomini, dirigendosi verso il primo.

— E’ stata più veloce, nient’altro, ma è vero, il bosco è tuo.

Il secondo uomo sorrise, soddisfatto, sorrise.

Finì dunque di tagliare tutti gli alberi del bosco, e partì, partì forse in cerca di altra vita da abbattere.

Dopo quattro anni tornò, e rimase stupefatto, silenzioso e stupefatto, il bosco c’era nuovamente, forse non era alto come il precedente, ma era rinato. In un attimo capì, capì che aveva sì tagliato gli alberi cresciuti, ma i semi, piantati nell’ultima parte dei quattro anni dell’altro uomo, non erano ancora emersi, come alberi, dalla terra, quando avevano contato il numero di abbattimenti rispetto ai seminati. Sentì di dover andare alla casa del primo uomo, per dirgli che alla fine aveva vinto lui, avevano vinto gli alberi, il bene, la vita.

Bussò ad una porta sorda, allora provò ad aprirla da solo, e scoprì che non era chiusa a chiave. Trovò sul tavolo una lettera imbustata, con su scritto, come destinatario, “All’uomo che abbatteva alberi”, e come mittente, “Dall’uomo che li seminava”, poi, più in basso, un post scriptum, “Mittente deceduto, lascio la lettera imbustata sul tavolo, per chiunque sia il destinatario, non essendoci segnato un indirizzo preciso. Il figlio.”

Aprì e lesse tra sé e sé…

“Me ne sto andando, sai? Ho coltivato la vita, ma non contro la morte, la morte esiste, è una punizione che in qualche modo entra a far parte del dono, perché rende preziosa e unica la stessa vita, che si porta via. Per questo non ti ho odiato. In fondo facevi quello che avrei dovuto fare, in parte, anch’io, se tu non ci fossi stato. Avrei dovuto abbattere anch’io qualche albero, perché piantarne all’infinito significa volere una vita senza equilibrio, significa l’anarchia del numero, che eccede sempre il limite. E’ contro-natura piantare più semi di quanti ne porterebbe la natura, ma io l’ho fatto, e grazie a te mi sono risparmiato il dolore di doverne abbattere alcuni, e guadagnato il piacere di seminare solamente, di coltivare esclusivamente la vita, senza mai uccidere. Grazie. Voglio però consegnarti anche un monito: tu eccedi nella morte, tu non uccidi per salvaguardare la vita, vuoi uccidere, perché vorresti uccidere te stesso. Anche tu coltivi, ma coltivi la distrazione da ciò che senti, coltivi un egoismo, che ti allontana da te stesso. Credo che gli alberi piangessero, mentre li abbattevi, ma non perché li stessi uccidendo, no, gli alberi sono misericordiosi, la natura è misericordiosa, perché è vita, no, soffrivano, perché erano soli, tu li hai lasciati soli, a vivere senza l’uomo, mentre il bene sta in un uomo, che custodisce la natura, gli alberi e tutta la creazione. La loro solitudine si trasformava in pianto, ma loro sono ricresciuti, hai visto? Sono risorti. Loro ti hanno perdonato. Se hai compreso questa realtà, allora ti prego, perdonati anche tu, e anche tu semina gli alberi e la vita, come ho fatto io.

             Con gratitudine in questa vita, con ancora maggiore nell’altra.

L’uomo che seminava la vita degli alberi, l’uomo che credeva alla vita nascosta negli alberi”

L’uomo, che aveva abbattuto alberi per così tanto tempo, prese un penna dal tavolo e alcuni fogli bianchi sparpagliati ugualmente là sopra, e iniziò a scrivere…

“E’ vero, ciò che ho coltivato è stato un albero diverso da quello che tu piantavi e io abbattevo. Era l’albero del mio egoismo, della mia anima, che si specchiava sottoterra, invece che in cielo, dove guardano le fronde dei nostri fratelli verdi, lì credo sia il paradiso dove ti sei diretto. Lì vengo a chiederti perdono di persona.

Un’ultima cosa, sono sicuro che tu abbia compreso ben prima di me, negli anni del nostro lavoro, che ci fosse un altro uomo nel bosco, e che lo stava uccidendo. Perché hai fatto quel patto con me, lasciandomi uccidere ancora? Perché hai avuto bisogno di permettermi di massacrare ancora. Sono convinto che tu credessi veramente in Dio, ma allora non credevi anche che Dio potesse fermarmi immediatamente, e ugualmente illuminarmi, invece che farmi comprendere la vita tramite la sua dolorosa scomparsa? Quale segreta libertà Dio ha rispettato, tramite te, in me? E’ una libertà, qualunque essa sia, di cui non riesco a portare il peso, non dopo quello che ho fatto. Perdonami, anche di questo.

Con rimpianto,

L’uomo che abbatteva la vita degli alberi, l’uomo che non credeva alla vita nascosta negli alberi.”

Lasciò la lettera sul tavolo, aperta, senza pace, come era lui. Prese l’accetta che aveva posato vicino alla porta d’ingresso e si diresse al centro del bosco, nel cuore della vita. Scelse un albero, e con l’accetta che tanti, troppi ne aveva uccisi, uccise se stesso, si uccise in lacrime, sperando nel perdono, che non si era concesso.

Cosa rimase, dunque? Rimasero gli alberi, gli ultimi piantati, gli ultimi, diventati primi, l’ultima vita, diventata la prima.

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