RL – SOLO PER GIOCO – MARZIA PESARESI

SOLO PER GIOCO

Di MARZIA PESARESI

 

Ci piaceva parlarne non perché, come spesso capita ai ragazzi, fossimo particolarmente affascinati da argomenti macabri e sanguinari, nemmeno per sfidarci in una prova di coraggio, ne parlavamo perché ci incuriosiva.

No, non la morte, quella era giusto un insignificante dettaglio, un interruttore schiacciato per passare da uno stato all’altro, ciò che ci affascinava era la possibilità di abbassare quell’interruttore; ognuno di noi poteva spegnersi, quando voleva.

«Se dovessi decidere di farlo oggi, beh se dovessi uccidermi oggi io…io».

Marco era il più vivace tra noi, tanti guai, poca scuola. Sua madre lo puniva togliendogli i dolci e lui barattava pezzi del suo rifornitissimo corredo scolastico per un morso di cioccolata; io mi ero appena guadagnato un astuccio con il mio eroe preferito e lo stavo guardando tutto soddisfatto ascoltando il suo proclama.

«Beh Marco?» l’avevo spronato «Cosa faresti?»

«Io…ho..invent…», senza riuscire a finire la frase si era messo a tossire piegandosi su se stesso, contorcendosi come se non riuscisse a respirare. Il viso si era fatto pallido mentre con gli occhi iniettati di sangue sembrava implorare aiuto.

Noi ragazzi lo guardavamo terrorizzati, Andrea, che fra tutti era il più risoluto, si era alzato velocemente e abbracciandolo sotto il petto l’aveva scosso come un pupazzo fino a fargli sputare un grosso pezzo di cioccolato ancora avvolto nella carta stagnola di protezione.

Per un attimo eravamo rimasti tutti in silenzio ma poi, sicuri che il pericolo fosse passato, ci eravamo messi a ridere.

«Dì Marco» aveva sghignazzato Flavio «volevi morire soffocato? Era questo il tuo piano, eh?»

«Macché» aveva incalzato Andrea in modo canzonatorio «lui è molto più ingegnoso, in realtà sta cercando di andare in overdose di cioccolata».

Tutti eravamo scoppiati a ridere, compreso Marco che aveva la rara qualità di saper prendersi in giro.

Sfogata la tensione procurata da quel piccolo incidente, era nuovamente piombato il silenzio, l’idea persistente della morte non ci abbandonava, aleggiando sopra di noi come un cattivo presentimento.

«No ragazzi, sul serio» aveva ripreso Marco «se dovessi decidere ora di spegnere l’interruttore della vita lo farei con..» e, rimanendo in silenzio, aveva cominciato a frugarsi nel giaccone lasciando ognuno di noi libero di riempire la propria curiosità con le fantasie più elaborate.

Io, a dire il vero, non ero mai stato incline a soluzioni rocambolesche come invece erano soliti elaborare gli altri, instaurando una macabra competizione nella quale si era perso di vista il punto focale delle nostre discussioni: la scelta, dando invece spazio ai dettagli della sua messa in atto.

Io ero rimasto ancorato là, all’idea iniziale. Ciò che più mi affascinava, infatti, non era il modo ma la possibilità di scelta che ognuno di noi aveva sulla propria vita, potendo interromperla in qualsiasi momento. Questa libertà di vita o di morte, questo potere che superando il naturale istinto di sopravvivenza ci poneva al di sopra di ogni specie vivente, mi incuriosiva ed eccitava.

Per questo motivo, preso completamente dal perché, non avevo mai elaborato grandi fantasie sul come e mi aspettavo veder emergere dalla tasca del giubbetto di Marco semplicemente un’arma, lui invece, lasciando tutti un po’ delusi, aveva tirato fuori un pezzo di carta ripiegato.

«Ecco, questo è il modo che ho pensato» aveva detto aprendo il foglio con molta cura. Sopra c’era uno schizzo rappresentante una sorta di armamentario così mal disegnato da non riuscire ad intuire di che si trattasse.

«Ma che cos’è?» aveva chiesto Flavio perplesso.

«E’ una balestra» aveva acutamente osservato Andrea, che in quanto ad intuizione era sempre un passo avanti a tutti noi.

«Si, esatto, bravo Andrea»

«Una balestra?» avevo chiesto timidamente «ma come fai a ucciderti con una balestra?»

«Se la punta addosso come fosse una pistola» aveva detto con la sua solita aria sbruffona Flavio

«Teoricamente sarebbe anche possibile» aveva aggiunto Andrea «ma non mi sembra una grande idea».

«No, no, ragazzi, non vedete? Questa è una balestra che si può azionare a distanza. Guardate qui, questo è il cavalletto e con questo comando, facendo forza proprio qui, posso fare scattare il grilletto e far partire la freccia»

«A che distanza puoi posizionarla?» aveva chiesto Flavio curioso.

«Fino a 10 metri»

«Ma come fai ad essere sicuro che da quella distanza la traiettoria della freccia arrivi a colpirti in un punto vitale?»

«E poi dove la trovi una balestra» aveva aggiunto Andrea «è vietata per legge ai minorenni».

«Nessun problema, mio padre ne ha una in garage, un tempo aveva fatto un corso e poi l’ha dimenticata lì. Per quanto riguarda la traiettoria, invece, ho già fatto delle prove».

«Prove?!!» avevamo detto tutti stupiti.

«Si proprio qui, vedete quel tronco» voltandoci vedemmo un grosso platano con un segno rosso a forma di cuore sul tronco.

«Venite» ci aveva incalzato Marco correndo verso l’albero. Lo avevamo seguito senza troppa convinzione. «Ecco, vedete questi segni?».

Il tronco era inciso in diversi punti tutto intorno al simbolo del cuore ma nel suo centro era evidente la ferita più profonda.

«Vedete qui, ho fatto diverse prove ma poi, quando ho trovato il giusto bilanciamento e l’inclinazione corretta, gli ultimi tiri sono arrivati tutti precisamente nel centro e…guardate, se mi metto davanti, in questa posizione, quel cuore è alla stessa altezza del mio».

«Ma come fai ad essere sicuro che il tuo cuore sia proprio a quell’altezza?» aveva chiesto indifferente Flavio.

«Perché è qui» aveva risposto Marco ingenuamente, indicandosi il petto «lo sento battere e poi, se non ti fidi dei miei calcoli, vedrai domani, vedrai che la freccia mi trafiggerà in un solo ed unico colpo mortale».

Domani, quella parola ci aveva messo tutti a tacere, mentre Marco, di fronte a noi, ci fissava con aria trionfante.

Avevamo sempre parlato con coraggio della morte, sfidando un fantasma immaginario, ma ora che la potenzialità di quell’atto si era trasformata in progetto, la morte non sembrava più essere solo un concetto ma una presenza reale calata in mezzo a noi, talmente concreta che avevo sentito il bisogno di voltarmi guardando alle mie spalle, sentendo qualcosa o qualcuno osservarci silenziosamente.

«Ma veramente vuoi…farlo domani?» gli avevo domandato evitando di pronunciare ”ucciderti” per non allettare la gelida presenza che sentivo muoversi eccitata attorno a noi.

«Si, perché ? Che c’è di strano? Non ne abbiamo sempre parlato?».

«Si, ma come puro esercizio dialettico, come preghiera scaramantica» aveva aggiunto Andrea.

«Quindi vuoi dire che stavi mentendo?» aveva detto con calore Marco «che tutti questi discorsi non erano altro che favole raccontateci per passare il tempo?»

«No, non ti ho mentito!» aveva detto Flavio

«Neanche io» aveva aggiunto, quasi sottovoce Andrea

«E allora voi siete o non siete con me?»

Improvvisamente era calato tra di noi uno strano silenzio colmo di tensione e interrogativi, Flavio aveva annuito, Andrea guardava nel vuoto, scrutando nelle sue emozioni.

Marco sembrava essere veramente convinto «tutti, dobbiamo essere tutti d’accordo» aveva detto come un comandante che incalza le sue truppe.

Vedendo la sua esaltazione e il tacito consenso degli altri, avevo cominciato a sentirmi a disagio. Quel gioco era diventato pericoloso, una follia che ci aveva preso la mano oltrepassando ogni limite. Ma cosa stavamo dicendo? Potevamo veramente pensare di ucciderci?

Avrei voluto parlare ma, sebbene una parte di me urlasse con rabbia contro questo gioco mortale, l’idea di arrivare fino in fondo, abbattendo ogni regola, infrangendo le leggi umane e divine, mi eccitava profondamente. Avevo quindi taciuto, dando con quel silenzio, il mio consenso.

«Ok» aveva detto risoluto Andrea, vedendo che nessuno aveva il coraggio di parlare «che domani sia il tuo giorno, noi saremo con te».

Dandoci appuntamento per il giorno seguente ci eravamo lasciati prendendo volutamente direzioni diverse così da rimanere soli con i nostri pensieri.

L’indomani ci ritrovammo nello stesso posto, un boschetto appena fuori dalla nostra cittadina, dove noi ragazzi eravamo soliti incontrarci sin da quando eravamo bambini.

Marco era arrivato con tutta la sua attrezzatura. La balestra era dentro una valigia rigida di pelle scura, così rovinata da non riuscire a distinguerne il colore originale; in un paio di sacchetti della spesa aveva invece messo la sua personale invenzione.

L’atmosfera, era quella di sempre, ilare e giocosa e per la maggior parte del tempo noi tutti sembrammo essere interessati a capire il funzionamento del congegno inventato da Marco senza realizzare che proprio con quello, poco dopo, si sarebbe ucciso.

Quando tutto fu pronto, ci ritrovammo in piedi, uno di fronte all’altro senza a riuscire a guardarci negli occhi. Ancora una volta sentii l’esigenza di voltarmi sentendo il soffio gelido della morte arrivare alle mie orecchie intonando una dolce melodia.

«Beh, è arrivato il momento» aveva detto Marco senza nessuna tensione, nei suoi occhi si poteva vedere lo sguardo giocoso di sempre, come se tutta quella messa in scena fosse solo una farsa, un altro dei suoi scherzi.

Restammo immobili, in attesa, un po’ spaventati e un po’ increduli. Marco prese il suo comando a distanza e si diresse tranquillo verso l’albero.

«Aspetta» l’aveva fermato Andrea «ci devi dare qualcosa di scritto che possa provare che il tuo è stato un gesto volontario in modo da sollevarci da ogni accusa».

«Certo, hai ragione, qualcuno ha un foglio e una penna?».

Io avevo il mio quaderno, lo portavo sempre con me per documentare le nostre peripezie, dicevano che i miei racconti erano divertenti e mi avevano battezzato il reporter del gruppo. Flavio guardandomi mi aveva, infatti, detto: «Tu dovresti avere il tuo quaderno, dagli un foglio, no?».

«No» avevo risposto senza neanche rendermene conto «no, non ti do un bel niente, ma che stiamo facendo? Che stai facendo tu, Marco? Sei pazzo? Siamo tutti pazzi…ma davvero vuoi ucciderti?».

«Si, mi sembra che abbiamo già discusso sulla questione, ieri» e con gli occhi ci aveva squadrato uno ad uno «Qualche obbiezione?» aveva quindi detto con fermezza.

Nessuno aveva avuto il coraggio di rispondere.

«Ognuno di noi ha la facoltà di decidere della propria vita, gusto? Questo è stato il principio base dei nostri incontri, non è forse così?».

Gli altri continuavano a tacere. “Il principio base dei nostri incontri”, le parole di Marco mi risuonavano nella testa come una campana stonata, ma che principio? Che regole? C’eravamo sempre incontrati solo per passare il tempo, per lo più senza far nulla. Com’erano belli quei pomeriggi passati stando semplicemente sdraiati sull’erba aspettando di veder sorgere la luna per poi scappare a casa affamati come lupacchiotti.

“Che cosa hai fatto tutto il giorno” mi chiedeva sempre mia madre, “Nulla, ho guardato passare le nuvole”.

“Sei un ragazzo che farà strada” rispondeva ironicamente, senza nessun giudizio. Sapevo che nel suo cuore conosceva benissimo quanto fossero preziosi e fugaci gli anni del dolce far nulla.

«Perché vuoi morire?» avevo chiesto a Marco «dammi almeno una ragione».

«Non voglio morire, non è questo lo scopo, la morte è solo l’estrema conseguenza del mio gesto che è interrompere la vita»

«Dunque, morire è un dettaglio»

«Certo, tu stesso lo hai affermato prima di me»

«Ed ora lo rinnego»

«Bene, buon per te, sei libero di pensarla come vuoi e di rinnegare i tuoi pensieri e…tutti noi».

Marco mi si era avvicinando in gesto di sfida, io avevo istintivamente mosso un passo indietro cercando di pensare cosa fosse meglio fare per fermarlo e, senza rendermene conto mi ero messo proprio nella traiettoria della freccia che, già armata, aspettava solo di essere scoccata.

Marco aveva gli occhi fissi sui miei, mi stava sfidando, come un animale pronto ad attaccare, notai che aveva in mano il comando a distanza e voltandomi verso la balestra, la vidi.

Se ne stava là, in piedi, con un sorriso di scherno sul volto, guardai meglio ma la luce creata dal bagliore della punta metallica della  freccia, mi accecava.

«Eravamo tutti d’accordo, tutti» aveva ripreso Marco sempre più agitato, io non riuscivo a staccare gli occhi dalla freccia, no, non mi stavo sbagliando, la morte era lì, e continuava a guardarmi, non Marco, Flavio o Andrea, guardava proprio me, era lì per me.

«Non sono più d’accordo neanche io» aveva improvvisamente detto Andrea venendo in mio soccorso.

«Neanche io» aveva quindi aggiunto Flavio.

Marco guardava verso il basso calciando qua e là piccole pietruzze sotto i suoi piedi.

«Come volete, avete vinto» aveva quindi detto calciandone una più grossa ma proprio mentre allungava la gamba nell’atto di colpirla, aveva perso l’equilibrio schiacciando involontariamente il grilletto a distanza. Troppo veloce per avere il tempo di togliersi dalla sua traiettoria, la morte sfrecciò dritta verso di me. Non riuscii a fare nulla, semplicemente rimasi ad aspettarla.

Mi passò accanto, senza colpirmi, potei sentire il vento spostato dal suo passaggio accarezzarmi dolcemente il viso, quindi andò dritta al bersaglio e si conficcò esattamente là, dov’era previsto arrivasse, in mezzo al cuore disegnato sul platano. Nessuno si mosse, nessuno pronunciò una parola.

Silenziosamente riponemmo tutto l’armamentario di Marco nei sacchetti della spesa, la balestra fu richiusa nella sua custodia.

Cercammo di togliere la freccia dall’albero ma si era conficcata così profondamente che si spezzò in due, lasciando la punta metallica nel tronco. Decidemmo di lasciarla lì, avevamo tutti una gran fretta di andarcene.

Colloquiando come se nulla fosse successo, ci incamminammo verso il sentiero che portava alla strada principale.

Poco prima di lasciare il boschetto mi ero fermato un istante per dare un’ultima occhiata, la punta della freccia brillava illuminata dal sole mentre il vento, passando dolcemente tra le fronde degli alberi, creava strani giochi di ombre e di luci.

«Beh, che fai? Non vieni?», mi avevano urlato gli altri.

«Si, arrivo» avevo detto e sorridendo mi ero voltato e li avevo raggiunti.

Non dissi mai che lei era ancora là, ferma, a guardarmi.

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