NINENTE PIU’ DI UN ROMANZO (PARTE 1)

Nahum Gutman, 1980“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione”. Questa citazione attribuita ad Albert Einstein mi suggerisce una discussione, o così mi piacerebbe che fosse, circa la possibilità di utilizzare la narrativa contemporanea per comprendere quanto di più intimo c’è nell’animo umano, ovvero l’appartenenza ad un popolo, il sentirsi radicato ad un’identità più che alla geografia di un luogo o ad un’istituzione. La recente celebrazione del 150° dell’unità d’Italia ha messo l’accento sul concetto di stato e le vicende storiche che lo hanno forgiato. Ma un popolo, ammesso che abbia ancora senso parlare di popoli in questo mondo così interconnesso e globale, si è formato lungo un cammino ben più complesso e caratterizzato da un susseguirsi di eventi che gli hanno dato un’identità unica, un tratto distintivo che lo hanno reso totalmente differente dagli altri.

Dunque la tesi: niente più di un romanzo ci consente di capire cos’è un popolo, di chi realmente si narra, di quale scoperta del diverso veniamo in contatto. E’ di questa idea che mi voglio occupare, della possibilità di comprendere le ragioni dell’essere un popolo senza necessariamente passare dalla sua storia e da ciò che lo ha reso unico al mondo. Percorrere un cammino a ritroso dalla realtà dell’oggi, il romanzo, verso le ragioni che l’hanno prodotta. Sfruttare la sensibilità dell’autore e la sua capacità di critica della società in cui vive, dell’appartenenza ad un popolo che l’ha generato.  La sfida è nata dalla frequentazione del seminario “Israele, una storia d’amore” che viceversa si è posto l’obiettivo di comprendere l’identità di un popolo attraverso le fonti  storiche, il suo credo sociale e religioso e l’analisi dei suoi miti fondativi.

Gli scrittori Israeliani tradotti in Italia sono attualmente solo alcune decine. Tra questi, David Grossman, Amos Oz, Meir Shalev, Abraham Yehoshua, sono quelli di maggiore successo e in prima approssimazione possono essere considerati come un campione rappresentativo per verificare l’idea. Almeno credo.

Abraham-B-Yehoshua-001Provo a partire da “Fuoco amico” di A. Yehoshua, la vicenda di due genitori provati dalla perdita atroce di un figlio morto per mano dei suoi commilitoni, per quel “Fuoco amico” che se da un lato non ci spinge ad odierne la causa, dall’altro ci lascia sgomenti per l’inutilità del sacrificio preteso. Non si può prescindere nel comprendere il popolo d’Israele dallo stato di guerra continua che lo pervade.

 … A partire dal momento della sua morte Eyal era sempre stato con loro, ovunque, in ogni istante. Yirmy e Shuli avevano concordato di poterlo nominare liberamente, ogni volta che lo volevano, non importa di cosa parlassero. Non sempre desideravano evocarne il ricordo, ma sapevano comunque di poterlo fare. Potevano piangere per lui, o per se stessi, compatirsi o arrabbiarsi, maledire chi si era affrettato a sparargli, oppure il contrario, giustificare l’errore. …

E poi, quando le ultime lacrime sono ormai scese e si pensa di andare avanti, interviene la necessità di capire attraverso la conoscenza del tramite, di coloro che per ultimi c’erano, ma che non necessariamente hanno visto o capito.

… Sì, che strano, eppure è la verità. Ero ossessionato dall’idea di stringere la mano di colui che aveva premuto il grilletto, come se quel ragazzo fosse stata l’ultima persona che aveva toccato l’anima di Eyal … E quando le domandai che importava a suo padre che Eyal si addormentasse, perché in fondo non è che stesse vigilando su di loro, al contrario, allora sua madre guardò in modo amichevole e anche se sapeva che io ero il padre del soldato ucciso disse senza timore che suo marito aveva paura che se quel soldato si fosse addormentato gli sarebbe venuta voglia di ammazzarlo. Un soldato sveglio, viceversa, avrebbe potuto difendersi. E perciò lui gli aveva portato un caffè forte … Lui non ha visto proprio niente, era dentro. Ma si è svegliato al suono dell’acqua che scorreva dal rubinetto aperto. Poi ha sentito degli spari e al mattino, dopo che i soldati se n’erano andati portandosi via Eyal, ha trovato davanti all’ingresso del palazzo il secchio lavato e pulito. Ecco un soldato pronto a disattendere un ordine preciso per proclamare: anch’io sono un essere umano e vi restituisco il secchio pulito. È vero, tengo sotto occupazione le vostre terre, ma non ho sporcato casa vostra.

Tanti luoghi di queste vicende ci suonano familiari. I nomi ricorrono a più riprese nei telegiornali, come un frastuono nella nostra routine che ci conferma quanto sia difficile vivere o convivere in quella terra.

… Io non ero mai stato a Tul Karem, anche se dista solo mezz’ora da Netanya. Una volta abbiamo osato recarci a Hebron, un’altra abbiamo visitato la chiesa della Natività a Betlemme. Siamo andati a mangiare in un ristorante di Ramallah, abbiamo attraversato Gerico, e tanti anni fa abbiamo visitato anche Nablus e Jenin. Ma non siamo mai stati a Tul Karem. Che c’è da vedere in una cittadina di confine, anche se abbastanza gradevole? E un normale centro abitato, mediamente pulito, ben tenuto, con strade ampie, viali, e qua e là agrumeti e frutteti. E case di tutte le forme e dimensioni. Ville di uno, due, o tre piani. E anche edifici più alti. E naturalmente non manca neppure un piccolo campo profughi in periferia. Ma niente di terribile. Ci si può vivere. Di certo in Israele ci sono posti peggiori. A volte i soldati vengono mandati sui tetti delle case per fare sorveglianza, o tendere agguati. Per una notte, o anche più. Ci sono tetti privilegiati, di importanza strategica, su cui un intero drappello si accampa per un mese. Ma sotto quei tetti ci abita della gente. Famiglie con bambini che amano e odiano. Non importa però. Il mondo non crolla. L’essenziale è rimanere in vita.

Spesso delle semplici riflessioni ci inducono a sdrammatizzare questo infinito tormento, pensando che in fondo basterebbe così poco per capirsi o accettarsi per quello che siamo.

… «Perché voi ebrei penetrate in luoghi che vi sono estranei e vi insinuate nell’anima degli altri? Perché vi è così facile vagare da un posto all’altro senza instaurare rapporti di amicizia con altri popoli, anche se vivete in mezzo a loro per centinaia di anni? Perché avete un Dio speciale, che è solo vostro, e anche se non credete in lui, siete sicuri che vi garantisca il diritto di vivere dove vi pare e piace? Chi proverà simpatia per voi se vi comportate così? Chi vorrà vivervi accanto? Come potrete andare aventi così?» …

Cosa sarà dei giovani Israeliani o Palestinesi che sono nati e cresciuti in un clima di incertezza perenne? Avranno mai maturato la speranza per una terra promessa di pace e prosperità

(da Abraham B. Yehoshua, Fuoco amico – Einaudi)

Meir Shalev-001Di tutt’altra vicenda è “La casa delle grandi donne” di M.Shalev, la storia dei rapporti di una famiglia, diremmo oggi allargata, in cui convivono Rafael, unico maschio sopravvissuto al destino che non li vede passare i trent’anni, e cinque donne di tre generazioni amalgamate in un’unica testa pensante, la Grande Madre.

… Anni fa, quand’ero un bambino che sfuggiva alle dieci braccia che stringevano, ai dieci occhi che cercavano e alle cinque bocche che chiamavano della Grande Madre, trovavo rifugio nel suo cortile. Abraham divideva con me il suo pane, mi sfoderava i suoi ricordi, ogni tanto mi ripeteva: «Quando sarai grande e comincerai ad andare in giro, se vedrai una bella pietra me la porterai, vero, Rafael? »

Io rispondevo: « Sì, zio Abraham », e mantengo la mia parola. Ogni volta che vedo nel deserto una bella pietra, sia essa grande o piccola, la carico nel cassone del furgoncino, e quando vengo a Gerusalemme a trovare la Grande Madre passo anche da Abraham il tagliatore e gliela porto in dono.

Una città assolata sembra essere un’isola i cui naufraghi si sono specializzati in ruoli bizzarri, madri, zie, nonne, e gli altri, estromessi da una vita molto esclusiva ed intricata dai ricordi.

A quell’epoca Gerusalemme finiva di colpo. Ecco, proprio dietro il muro, un confine. Una linea netta e diffidente. Da una parte l’abitato e la gente, uno squallido negozietto e timide aiuole, dall’altra bestie irsute e astute e rovi tenaci, selvatici. Fino a qui città e una strada ed esseri umani, di qui in poi terre incolte, desolazione e montagna … A volte si sentivano addirittura grida di guerra: l’urlo « Barud » (Dinamite) e lo strillo del falco, il soffio della biscia e lo schianto dello schiacciasassi. Di qui case e marciapiedi, fili della biancheria e una pallida luce elettrica, di là il selvatico e la pietra, lo sciacallo e il cardo.

 La Grande Madre asfissiante, assillante, esclusiva, non può comunque colmare quel vuoto lasciato da un padre sconosciuto, e per questo ancora più necessario. Il lavoro affascinante e duro di un maschio portano Rafael a passare ore e ore nel cortile di un umile scalpellino esperto solo di vita vissuta.

 Posò la pagnotta su un’asse da cui prima sgombrò la polvere con un soffio e una manata decisa, la adagiò su due bidoni vuoti, ne tagliò una fetta e me la diede – «Mangia, su, Rafael, mastica e fatti i denti » – poi scavò nella mollica del pane una grotta profonda. Dapprima con le dita e poi con il tunbar, il suo scalpello largo. A quel punto, con grande precisione e un ordine rituale, riempì lo scavo di pane con pezzetti di formaggio salato, fettine di pomodoro, scaglie di aglio che spelava usando il martello con una delicatezza incredibile, olive nere e foglie di prezzemolo che spuntavano in ogni angolo del cortile. Su tutto versava poi mezzo bicchiere d’olio d’oliva verde che gli portava il suo amico Ibrahim, un hajar arabo, tagliatore di pietra di Abu Gosh. « Questi arabi », mi disse, « non sono bravi a tagliare la pietra, ma fanno un olio magnifico. » E mi raccontò che gli arabi hanno imparato a tenere lo scalpello in mano solo un centinaio d’anni fa, dai tagliatori portati da Malta alla Città vecchia, per costruire la chiesa tedesca. « Vivono qui da mille anni, in questa terra che è tutta di pietra, costruendo solo con pietrisco e calce, finché non sono arrivati i tagliatori da Malta e gli hanno insegnato a lavorare come si deve … Avvolse la pagnotta piena con una sottile carta incerata, arrotolò, chiuse le estremità con un elastico e la mise sotto l’asse di legno sul quale stava seduto tutto il giorno a lavorare. Con ciò cominciava la vera opera di preparazione del panino. Sotto il peso del corpo dello zio Abraham il pane e il suo ripieno venivano schiacciati insieme, i succhi del pomodoro si mischiavano al salato del formaggio, si amalgamavano con l’olio d’oliva e con i vapori profumati del prezzemolo e dell’aglio, penetrando in ogni anfratto del pane. A mezzogiorno, quando venivo a trovarlo tornando da scuola, lo zio Abraham diceva: « il pranzo è servito », e si alzava con un sospiro dall’asse di legno.

La Grande Madre non è solo lo stereotipo della famiglia matriarcale ma è il baricentro delle tradizioni le cui origini si perdono nella notte dei tempi e che costituiscono i tratti distintivi del popolo d’Israele.

« Il circoncisore », confabulavano le cinque teste della Grande Madre, « gli ha lasciato un pelino di pelle di troppo. » La testa della zia nera ridacchiava: « Sembra un cravattino ». La testa della zia rossa aggiunse: « Queste cose capitano solo per una ragione, perché non si permette alle donne di avvicinarsi a controllare l’operato del circoncisore, come se si trattasse di una faccenda che riguarda solo i maschi ».

«Mentre a noi donne tutto ci riguarda», come ripetendo uno slogan, « e più che mai questo. » La testa della zia nera rise di nuovo: « Riguarda molto più noi di loro ».

« Tu, per favore, parla per te », commentò mamma. « Mica a tutte riguarda come riguarda a te. » « Io lo manderei in riparazione », disse mia sorella con un tono sostenuto. « Potrebbe avere dei problemi a letto. » Oggigiorno è una zitella di cinquant’anni con i capelli bianchi, allora era una marmocchia bionda che aveva rapidamente adottato tutto lo stile della nonna, delle zie e della mamma, e che rispettava le loro cerimonie con il puntiglio di un apprendista sacerdote: mi guardava e toccava come loro, corrugava egualmente la fronte preoccupata, e al momento dei lavaggi si chinava su di me al pari di loro, controllava la pelle arrossata nei punti delicati e faceva schioccare la lingua, proprio come loro …

(da Meir Shalev, La casa delle grandi donne – Frassinelli)

 

Continua a proposito di David Grossman e Amos Oz.

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NON ANDATE AL MuSe !

MuSe Trento 3 Gen.2014Da quando è stato inaugurato il 27 Luglio 2013, il  Museo delle Scienze di Trento non ha avuto un minuto di tregua. Circa 2000 visitatori tutti i giorni si affollano nelle sue sale e nei 7 percorsi espositivi tematici, uno per ogni piano aperto al pubblico più la Terrazza dedicata alla visione a 360° delle vette della Valle dell’Adige.

Il connubio tra Archistar e l’interesse crescente per i temi legati all’ambiente e all’ecologia, ha prodotto una macchina espositiva incredibilmente potente. Il progetto di Renzo Piano valorizza al massimo i materiali come le pietre locali e i materiali eco sostenibili per i pavimenti. Il tempo necessario al bambù per raggiungere le dimensioni adatte per essere sezionato in listelli in forma di parquet è di circa 4 anni. Per un legno arboreo tradizionale di pari qualità di durezza, ad esempio il larice, ce ne vogliono almeno 40. Il risparmio energetico è ottenuto con tecniche di illuminazione e ventilazione naturali, l’impiego di pannelli fotovoltaici e di sonde geotermiche per la tri-generazione minimizza l’impatto ambientale dell’uso di energia. Il livello di certificazione LEED ottenuto dal museo è il GOLD, una vera eccellenza. Poteva essere altrimenti per un nuovo museo dedicato alle scienze e alle storie naturali?

In teoria tutto bello, in pratica un terno al lotto poterlo visitare.

A distanza di 5 mesi dall’apertura non si è ancora spento l’entusiasmo di chi ha voglia di sapere e di innovazione, e di buon grado si sottopone ad un vero tour de force davanti alle casse. Così è stato per noi che poco dopo l’orario di apertura ci siamo messi in coda e che verso mezzogiorno siamo stati investiti da una delusione cocente: hanno sospeso la vendita dei biglietti per regolare l’accesso del pubblico. La capienza massima prevista è di 800 persone e dunque siamo stati invitati a pazientare fino a che alcuni dei fortunati entrati prima di noi decidessero di uscire. Ma come potrebbero dopo tanta fatica rinunciare al privilegio di godere degli spazi e delle innumerevoli cose da vedere?

Ed è quasi sempre così da quando il MuSe è stato aperto! Ci scusiamo per il disagio, … bla bla bla. Ma come dirlo ai testardi arrivati da Innsbruck, da Padova, da Milano appositamente per visitarlo? Basterebbe un semplice sistema di prenotazioni, previsto ma non ancora attuato. Siamo rimasti alla preistoria, perfettamente in linea con i reperti e i diorami del museo.

ITALO CALVINO E L’IMMAGINAZIONE

Calvino con la figlia Giovanna e ChichitaDopo Truman Capote, riprendo la ricerca dei volti degli autori che hanno inciso a mio giudizio così profondamente nel modo di intendere la letteratura basata sulla sfrenata fantasia e l’immaginazione: Italo Calvino. Non è facile per una persona così schiva come lui aver lasciato tracce di sé così personali. Lo si ritrova qui per un istante a giocare con la figlia Giovanna e la moglie Chichita. Lei li osserva discreta in un salotto degli anni “70.

E a proposito di immaginazione … il momento che più conta per me è quello che precede la lettura. A volte è il titolo che basta ad accendere in me il desiderio di un libro che forse non esiste. Alle volte è l’incipit del libro, le prime frasi… Insomma, se a voi basta poco per mettere in moto l’immaginazione, a me basta ancor meno: la promessa della lettura. Così Calvino fa dire ad un lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, un entusiasta avido degli sguardi di altri che come lui vagano di fantasia in fantasia ispirate dal fruscio delle pagine di un libro. “Se una notte …” è il romanzo per il lettore distratto, insofferente, indaffarato, ansioso, che non cerca una trama logica e sequenziale che di fatto non c’è nel libro, ma il puro piacere dell’emozione della lettura. Purtroppo, o per fortuna, le forti aspettative create in una stazione non meglio identificata e in un’epoca probabilmente a noi prossima, non vengono mantenute. L’amaro in bocca per l’ennesima storia interrotta non ci da pace, a volte ci sembra di decifrare la trama in qualche paragrafo successivo, ma disperati non possiamo che completarla da soli come in un sogno proseguito nel dormiveglia. Così per dieci capitoli, dieci vicende fulminanti, dici frustrazioni, dieci consolazioni da sogno.

Ciò che il protagonista di “Se una notte …” vive come un incubo e che gli impedisce di essere un onesto lettore desideroso solo di arrivare alla fine del libro è capitato curiosamente anche a me: leggendo la mia copia fresca di stampa, notavo che aveva un sedicesimo [*] ripetuto nelle pagine centrali. Calvino inserisce nel primo capitolo esattamente questo inconveniente che è il primo del suo lettore protagonista. Senza spiegazioni plausibili, anche la mia copia aveva lo stesso problema. Il mio sospetto era lecito, … vuoi che non l’abbiano fatto apposta? Il timore di chiarirlo col libraio mi ha sopraffatto. Lui mi ha liquidato con un sorriso malizioso: «Ma lei lo vuole cambiare perché le pagine hanno tutte un’ammaccatura su quel sedicesimo (un orecchio come dico io), o perché c’è un errore di stampa?». Già quale dei due? Alla fine ho scambiato la mia con una copia intonsa e senza difetti d’impaginazione. Così facendo però, e me ne sono reso conto subito dopo, ho perso la prova provata che il romanzo difettoso esiste, che l’autore possa andare oltre l’editore o meglio del protagonista del romanzo che si perde nei meandri di dieci incipit senza una fine. Del resto, il titolo è un inganno fin dall’inizio. “Se una notte…” non è il titolo giusto, è solo il nome del primo capitolo. Quello corretto potrebbe suonare come: ABITUATI a PERDERTI (il finale).


[*] “Un libro è fatto di «sedicesimi»; ogni sedicesimo è un grande foglio su cui vengono stampate sedici pagine e viene ripiegato in otto; quando si rilegano insieme i sedicesimi può capitare che in una copia vadano a finire due sedicesimi uguali; è un incidente che ogni tanto succede.“ Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore – Oscar Mondatori 2003

PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (3/3)

Segue da PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (2/3)

Alla voce sentimenti: Aharon Markus era un autodidatta, che da sé aveva imparato sei lingue (tra cui l’arabo e lo spagnolo); amava la musica classica, e i l suo hobby era copiare partiture per i l Teatro dell’Opera di Varsavia. … Era un uomo dall’animo delicato, elegante e accurato nel vestire. Fino allo scoppio della guerra usava portare un garofano all’occhiello. (Nel risvolto interno del bavero della sua giacca era cucito un piccolo ditale di stagno, che il  farmacista teneva sempre pieno d’acqua per il gambo del fiore.) … In quel periodo l’ex farmacista aveva cominciato – non si sa per quale sua personale ragione – a eseguire i suoi estenuanti esperimenti sul sentimento umano. Aveva disegnato dapprima una mappa in cui aveva annotato a uno a uno tutti i sentimenti umani conosciuti, aveva catalogato quei sentimenti dividendoli per categorie, ne aveva espurgato i sinonimi descriventi, in pratica, uno stesso sentimento, aveva diviso la lista in “sentimenti mentali” (cioè del cervello) e “sentimenti cordiali” (cioè “del cuore”, “dell’anima”), e poi in sentimenti “primari” e “secondari”. Poi aveva cominciato a seguire attentamente se stesso e i suoi pochi amici, con l’intenzione di individuare i sentimenti più “attivi”, cioè i sentimenti che hanno maggiore influenza sull’anima umana. … «Con grande commozione eccomi ad annotare quanto segue: si sappia che tra “timore” e “terrore” ho scoperto e definito e denominato altre sette sfumature di sentimento, più o meno forti ma tutte, senza dubbio alcuno, “sentimenti primari”» … Aharon Markus cominciò a effettuare incroci tra sentimenti che fino ad allora erano considerati del tutto diversi, perfino nemici. Quell’uomo che tra sé e sé si era affibbiato, con superba modestia, l’appellativo di “astronauta del sentimento”, tentò di accoppiare, per esempio, il timore con la speranza; o la malinconia col desiderio nostalgico; facendo ciò, a quanto pare, cercava il modo di introdurre in ogni sentimento spiacevole, dannoso e rovinoso, il seme del suo stesso superamento. Della salvezza da se stesso … «E ciò fece, il nostro Markus, con una strana fretta, quasi il tempo stringesse… e suo desiderio era di moderare la malvagità, di ammorbidirla, di calmarla, di infettarla con i microbi ragionevoli e tristi della sofferenza, e chi mai potrà capire l’animo di un artista?…».

(David Grossman – Vedi alla voce: amore – 1986)

Il fatto che l’arte israeliana sia diventata sensibile “al dolore degli altri”, testimonia che possiede un nucleo e un impegno umanistici. Non richiedendo l’esclusività per il loro lutto, gli Israeliani dimostrano di riconoscere che è inclusivo, e di avere a cuore i valori di vita e pace in modo più profondo che mai.

(Hannah Naveh – Esiste un luogo – 2009)

L’identità: multi-etnicità, la diversità, il militarismo, il conflitto, che sarà di noi?

Durar Bacri - Autoritratto con capra (2006)Durar Bacri, un giovane artista arabo di Acco, proviene da una grande famiglia le cui radici in Israele risalgono a 600 anni fa. I suoi quadri affrontano questioni riguardanti la sua identità e stile di vita in quanto arabo che vive nello stato ebraico in cui è nato. Da un lato Bacri cerca di integrarsi nella vita culturale, dall’altro ha premura di onorare e ricordare le sue radici arabe e l’affiliazione con la cultura araba. Spiega l’artista: “lo sono il vero straniero, colpito da stigma e pregiudizi, ma al tempo stesso vivo con sicurezza e orgoglio nella terra dei miei antenati”. Attraverso le sue opere Bacri cerca di raffigurare l’arabo moderno, rappresentandolo così come lo vede l’artista: “attraente, sexy, che domina il paesaggio circostante”. Spiega Bacri: “Al fine di dimostrare che un arabo è in grado di utilizzare le tecniche della tradizione europea, dipingo quadri a olio di grandi dimensioni, senza cercare di ottenere la finitura realistica di un’immagine fotografica”. Grazie a un’illuminazione scenografica e a pennellate piatte, con netti contrasti di luci e ombre, Bacri crea un collegamento fra lo stile europeo e lo stile arabo tradizionale, alterando cosi la realtà: “Cerco di contaminare la realtà e di ricavarne qualcosa di nuovo”.

Muro di protezione, quartiere di Gito, Gerusalemme (2004)Lo spettacolo delle romantiche distese naturali delle fotografie di paesaggio di Shai Kremer catturano lo spettatore con la loro bellezza. Nei suoi lavori riecheggia la sensazione di nostalgia per le sublimi descrizioni paesaggistiche del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, destinate a creare un senso di appartenenza alla Terra d’Israele. Solo a un secondo sguardo si nota che bellezza e nostalgia sono stratagemmi per attrarre l’attenzione sulla distruzione del paesaggio causata dal conflitto arabo-israeliano e dalla continua guerra contro il terrorismo. “La bellezza è uno strumento di grande potenza” afferma Kremer, che condivide l’idea espressa dal fotografo americano Richard Misrach: “La bellezza è un veicolo per comunicare idee complesse”. L’autore prosegue poi: “Credo che ci si debba distanziare un po’, e creare delle composizioni molto seducenti, esteticamente forti, per spingere lo spettatore a soffermarsi e a osservare, in modo che, quando il colpo arriva, risulti in qualche modo attutito”. Nella fotografia “Muro di protezione, quartiere di Gito”, Gerusalemme, 2004. Kremer documenta un tratto dipinto della Barriera di separazione che divide il quartiere gerosolimitano di Gilo dalle zone palestinesi. I graffiti, probabilmente dipinti da nuovi immigranti arrivati dalla Russia con l’intenzione di ammorbidire la brutalità del muro di cemento, non riescono ad alleggerire la sensazione di soffocamento che esso produce. Il contrasto con il tratto panoramico al suo fianco, dove dalla terra rocciosa spunta un cipresso e all’orizzonte s’intravedono le case del villaggio palestinese di Beit Jalla, accresce la sensazione di opportunità mancata causata dalla guerra. L’opera di Kremer mette in guardia dal trasformare i resti della guerra in un elemento permanente nella vita degli uomini, e invita lo spettatore a meditare sugli effetti a lungo termine della violenza prolungata.

Checkpoint di Qalqilya (2002)Pavel Wolberg ha iniziato come fotografo d’arte e solo successivamente è passato a occuparsi di eventi di attualità, registrando la realtà israeliana in molti luoghi ed eventi diversi. Egli cattura le figure in “istantanee fugaci”; il suo obiettivo illustra l’inaspettato e permette ai nostri sensi di confrontarsi con scene divenute ormai insignificanti a causa del continuo contatto quotidiano: il conflitto israelo-palestinese, la seconda guerra del Libano, il muro di separazione, i rapporti fra laici e religiosi, le esperienze caratteristiche delle strade di Tel Aviv, i pellegrinaggi in Terra Santa e così via. “Ho molte critiche da fare a com’è il mondo”, spiega Wolberg. “Non posso osservarlo e dire: ‘È così che dovrebbe essere. Il mondo va bene’. Mi piace scoprire le cose che non vanno bene e mostrarle agli altri. L’opera “Checkpoint di Qalqilya” (2002), per esempio, illustra un incontro di routine fra un soldato israeliano e una donna palestinese in un punto di passaggio del confine durante un coprifuoco in quell’anno. Wolberg è riuscito a catturare l’intimità di un momento imposto alle due persone dalla realtà. Il soldato, con il fucile in mano, guarda la giovane donna che gli sorride in modo diretto. I fasci di luce che cadono sul viso della donna enfatizzano ulteriormente la sua presenza. Niente, nel linguaggio corporeo della donna, fa pensare che essa si ritragga o che eviti il soldato, e il suo sorriso resta prudente. Indica forse un appello, una richiesta, una reazione a qualcosa che i due si sono detti? L’uniforme del soldato, il calcio del fucile, l’abito modesto della giovane donna e persino i cavi elettrici sullo sfondo portano a una certa interpretazione dell’insieme qui rappresentato, insieme che – se il contesto fosse stato diverso – avrebbe potuto dare un’impressione molto diversa. Inevitabilmente, nell’ambito della copertura degli eventi di attualità di rilievo, le fotografie di Wolberg includono spesso viste diverse di soldati, alcune delle quali risultano sorprendenti.

PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (2/3)

Segue da PASSATO – FUTURO – IDENTITA’  (1/3)

Integralismo, rifiuto del cambiamento, ideale di passato, fierezza. Ci si potrebbe aspettare di trovare nelle opere d’arte contemporanee i riflessi di una tragedia immane, di disperazione e di rovina. In parte questo è tangibile. Ma se di tragedia si può parlare, questa è la disperazione e la rovina dovuta al continuo stato di allerta per il conflitto in atto. Si è consci del passato, mentre il futuro sembra derivare da un presente dilatato di positività, ma non di ottimismo.

Riprendiamo come spunti di indagine e riflessione alcuni esempi di artisti israeliani contemporanei che non costituiscono di certo la globalità dell’arte di questo popolo, ma forse ne delineano i tratti interessanti e distintivi.

Il futuro: il mito del soldato, la bellezza della gioventù, la prospettiva

Nir Hod - Gioventù perduta (2003)Nell’opera “Gioventù perduta”, Nir Hod raffigura un funerale militare. Il dipinto, prodotto direttamente da una fotografia di giornale raffigura un gruppo di giovani soldati visti attraverso il centro di una corona funebre di grandi dimensioni. La bara del compagno morto, anche se non è visibile nel quadro, è indicata dalla presenza dei fiori e dei soldati che fanno il saluto militare. Le opere di Nir Hod sono dominate da immagini di giovani bellissimi circondati da fiori altrettanto belli in vari stadi della fioritura, creando così un evidente collegamento fra bellezza, gioventù e morte. Questa predominanza chiarisce che non è solo il dolore a essere traumatico, ma anche la bellezza ad esso collegata. “Il quadro del funerale è un passaggio alla politica”, spiega Hod. “Si tratta di un funerale universale che commemora tutti i giovani, soldati di entrambi i sessi, chiunque essi siano”.

Trembling Time (2001)Yael Bartana è una videoartista la cui famiglia è profondamente radicata in Israele. Le sue opere indagano gli aspetti sociali, militari e nazionali della società israeliana che contribuiscono a formarne l’identità. Il suo lavoro Trembling Time (2001), descrive il rituale suono della sirena che segnala l’inizio del giorno dedicato alla memoria dei soldati caduti nelle guerre d’Israele. Ogni anno, il giorno 4 del mese di lyar del calendario ebraico, alle otto di sera, in tutto il paese risuona per un minuto una sirena che annuncia l’inizio del giorno della memoria dei caduti. La sirena costituisce una particolare consuetudine nazionale israeliana, che si è sviluppata dopo la fondazione dello stato ed è formalizzata da una legge. Essenzialmente è un segnale, che per un preciso lasso di tempo strappa al fluire regolare della vita i cittadini israeliani: tutti interrompono all’istante le loro occupazioni per bloccarsi sull’attenti a testa china; solo l’urlo della sirena taglia il silenzio. Per un minuto l’individuo e lo stato si fondono, uniti nel lutto nazionale. Non appena la sirena cessa, ognuno ritorna alle proprie occupazioni.

Shirat Ha-Yam, Il canto del mare (2005)Osservando le fotografie panoramiche di grandi dimensioni di Barry Frydiender, l’occhio vaga senza fermarsi in un singolo punto. Qui non si tratta del solito, rapido, sguardo sufficiente per una fotografia; è necessaria un’osservazione che richiede una lunga sosta di fronte all’opera. I lavori sono costituiti da decine di fotografie scattate in orari e giorni diversi, con fotografo e macchina fotografica in movimento, con l’obbiettivo esposto per tempi diversi, successivamente montate ed elaborate digitalmente. Il prodotto finale sono composizioni ricche di dettagli, che rappresentano il soggetto – luogo o persone che siano – con straordinaria eleganza, ben superiore all’immediato e al concreto dato reale. “Shirat Ha-Yam”, (Il canto del mare) del 2005, è il nome di un piccolo insediamento costiero nel sud della Striscia di Gaza, che è stato evacuato durante il ritiro israeliano da Gaza nell’agosto 2005. Frydiender si è recato sul posto per documentare l’evento “Volevo essere presente all’inizio, proprio nel momento della fine dell’occupazione”, ha commentato. Nella fotografia si vedono il piccolo insediamento e suoi abitanti circondati dai soldati. I militari sono schierati a semicerchio, in perfetto ordine, mentre gli abitanti sembrano spinti verso l’acqua; questa volta non più dagli egiziani, come nel caso dell’Esodo biblico, bensì da soldati israeliani.

A seguire

PASSATO – FUTURO – IDENTITA’ (1/3)

bambiniQuella di Israele è storia di un popolo che in modo per lo più inspiegabile, è sopravvissuto a condizioni nelle quali ogni altra minoranza si è dispersa, disciolta all’interno della società dominante che la ospitava. (Giorgio Tavani – Israele, una storia d’amore – Nov.2013)

Le ragioni di questa coesione e resistenza alle forze centrifughe sono certamente intuibili seguendo il filo logico che intreccia storia a narrazione senza però comprenderne i risvolti più intimi. Gli elementi che hanno fatto da collante per questo popolo, a noi così distante ma per certi versi così prossimo, sono registrate in fatti, scritti, monumenti, oggetti, ma nello stesso tempo, e forse molto meglio, nelle emozioni degli individui che lo compongono.

Cosa distingue gli israeliani dalle altre nazioni? A questa domanda, quasi tutti risponderebbero che il tipico israeliano è veramente un tipo particolare. Naturalmente molti elementi distintivi israeliani hanno origine nella tradizione, nella storia e nella cultura degli ebrei, ma molti altri sono unici e assai distanti dalle caratteristiche degli ebrei della diaspora.  (Oz Almog – Il genoma Sabra nella mentalità israeliana – 2009) 

Una risposta, o meglio un tentativo di capire, ci è data da un angolo di visuale molto particolare, l’arte figurativa,  che in modo privilegiato espone al nostro senso più intuitivo, la vista, quanto di meglio l’animo umano è in grado di sintetizzare.  Alcune considerazioni preliminari ci aiutano ad inquadrare i fatti. Sono tratte da un saggio di Naomi Aviv, curatrice indipendente dell’arte contemporanea a Tel Aviv, Israele, pubblicato in occasione della mostra “AS IS”, tenuta nel Complesso del Vittoriano a Roma nel 2009-2010 a cura di Ruth Cats. 

La breve storia dell’arte israeliana inizia nel 1906, con la fondazione di Bezalel, la prima Accademia di Arte e Design a Gerusalemme. Gli insegnanti dell’Accademia erano immigrati che portavano con sé l’influenza artistica dei diversi paesi di provenienza, soprattutto europei. La loro visione della nuova terra natale nel cuore del medio Oriente era edulcorata, le loro opere raccontavano ed descrivevano i luoghi, i panorami, gli abitanti e i pionieri che costruivano il paese. Nel 1948, data di fondazione dello stato d’Israele, si costituisce il gruppo Ofakim Chadasim, “Nuovi orizzonti”, unito dalla convinzione che fosse necessario prendere le distanze dalla politica per creare un’arte caratterizzata ed indipendente. Negli anni Sessanta l’arte Israeliana passa dall’astrattismo lirico, con la sua inclinazione alla rappresentazione concreta di un luogo fisico, all’astrattismo “assoluto”, incentrato sul tempo della pittura, o sulla materia concreta della quale è fatta l’opera d’arte. La tendenza concettuale si estende negli anni Settanta, quando tematiche come il “luogo” acquisiscono significati diversi, legati alla terra, al confine, alla rappresentazione di sé ma anche a idee metafisiche, spirituali e metaforiche sul “non-luogo” e sulla “impossibilità del luogo” intesa come concezione tradizionale ebraica, profonda e mitica. “Dio è una sorta di luogo senza luogo, è ovunque, intorno a noi, nonostante non si trovi in nessun posto”. Quella che ancora oggi è definita Arte di Eretz Israel (La Terra di Israele) era la rappresentazione esotica, affascinante dell’oriente, popolata da immagini di arabi in abiti tradizionali, di donne arabe in cammino tra i frutteti con un’anfora d’acqua in testa. Gli anni Ottanta, definiti come Il tempo del post, allusione al passaggio da tardo modernismo al post-modernismo, in Israele come in tutto il mondo occidentale, sono caratterizzati da tematiche che ne riflettono l’epoca, in primis il processo di logoramento dei grandiosi slogan sionisti e la disintegrazione del sogno di solidarietà e lo stabilirsi di un’ironia disfattista. “Alla fine si muore: arte giovane negli anni Novanta in Israele” è il titolo di una mostra imperniata sui reportage giornalisti e fotografici delle aberrazioni dell’occupazione. E’ degli anni iniziali del secondo millennio la comparsa di tutti i mezzi d’espressione e un numero notevole di artisti che sono riusciti ad “oltrepassare i confini del paese”. Lo sguardo si rivolge all’esterno, alla scena internazionale, e sono meno numerosi i riferimenti al “qui e ora” politico.

Esiste un’arte israeliana? Che caratteristiche ha? È legittimo chiedersi se esiste? Non è una questione viziosa, etichettare come nazionale una creazione che per sua natura dovrebbe essere puramente individuale? Anche l’arte italiana, per esempio, soffre di complessi simili? E la tedesca? La francese? Il dissenso sulla questione dell’identità dell’arte israeliana non è separabile dal dilemma riguardante il luogo e l’inquietudine generata negli israeliani dal non sentirsi sicuri nel proprio paese. Sradicamento, immigrazione ed emigrazione, integrazione, distacco dal luogo di provenienza e necessità di inserirsi nel luogo utopico (utopia è proprio il non-luogo) in cui si arriva, il problema di restare fedeli alla cultura di origine o piuttosto di adottare la versione locale di un posto che è stato, che è, e che sarà.

Non esiste un’arte israeliana. Esiste un’arte prodotta da artisti israeliani, una buona arte,  questo lo ammettono tutti, e giustamente. Ciò ci riporta all’annosa questione di “chi è ebreo?”, che per quasi tutta l’esistenza dello stato d’Israele, quando i precetti religiosi hanno perso il ruolo di legge per buona parte del popolo ebraico, è stata lo scottante pomo della discordia. Le risposte dividevano gli israeliani in due gruppi: quanti ritenevano che fosse ebreo chi è nato da madre ebrea o si è convertito secondo il rito ortodosso, e chi, invece, considerava ebreo chi aveva scelto di far parte del popolo ebraico. Con il passare del tempo, la disputa si è affievolita e si è definita in questo modo: i religiosi continuano a difendere strenuamente la prima tesi, mentre la maggioranza dei laici sostengono la seconda. E chi è un artista israeliano? Artista israeliano è chi sceglie di definirsi tale, anche se vive da trenta o quarant’anni a Londra o a New York, purché sia un artista valido…

Come puro tentativo di avvicinamento alla comprensione e non certo in modo esaustivo e completo, è possibile affrontare la questione secondo tre temi fondamentali rappresentati nell’arte figurativa contemporanea: il passato, il futuro, l’identità.

Il Passato: il Sionismo, la tradizione, la memoria, l’oblio

Hila Karabelnikov - Mea Shearim II (2007)Hila Karabelnikov ritrae il quartiere ultraortodosso più estremo di Gerusalemme, un quartiere praticamente separato dalla vita e cultura israeliana, in cui i residenti continuano a vivere come negli antichi “shteti” (i villaggi ebraici dell’Europa orientale) delle terre dei loro antenati, nell’attesa del Messia che deve redimere il popolo ebraico. L’opera ha come tema la festività di Succot, come indicato dagli uomini che indossano soprabiti estivi di colore chiaro, che contrastano nettamente con gli indumenti scuri di ogni giorno, e anche dalla Succah (la capanna) che si erge dietro di essi. Si tratta di una visione estremamente personale; all’epoca della creazione dell’opera, il fratello dell’artista giaceva paralizzato, in stato di incoscienza, in un letto d’ospedale, pochi giorni prima di morire. Questo elemento spiega l’aspetto serio delle figure, alcune delle quali guardano in avanti mentre altre fissano in modo inespressivo gli spettatori. All’estrema destra appare un ritratto dell’artista, incompiuto, dietro a un poster (del tipo noto come pashkevil’) che invita a rispettare l’obbligo di vestirsi in modo pudico. Il modo di vestirsi dell’artista, però, non è per niente pudico, bensì vistoso se non addirittura provocante. È questo il suo modo di esprimere il suo grande dolore e la rabbia di fronte all’amaro destino del fratello e di mettere in discussione l’importanza di un abbigliamento pudico, e addirittura l’esistenza stessa di tali imposizioni religiose, in un simile momento della propria vita.

Elie Shamir - Ninna Nanna per la valle (2008)Elie Shamir è nato e cresciuto a Kfar Yehoshua, un moshav (comunità agricola cooperativa composta da fattorie indipendenti) nella valle di JezreeI, luogo che simbolizza al meglio la realizzazione del sogno sionista e contemporaneamente evidenzia con la massima chiarezza i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni nella società israeliana. Il mutamento più rilevante è il passaggio dal lavoro collettivo, manuale, alle attività commerciali private, prevalentemente nel campo dell’hightech. Kefar Yehoshua ha formato ElieShamir come persona e come artista. La relazione ambivalente col posto in cui è nato si riflette nei suoi lavori, in cui l’artista riesamina il proprio ambiente e il proprio posto al suo interno. Riconsidera i valori mitici secondo i quali è stato cresciuto, rimettendo in gioco il senso di appartenenza verso la casa e la terra della sua infanzia. Nell’opera “Ninna Nanna per la valle”, Shamir definisce la propria esistenza ebraica e identità israeliana contrapponendole a tematiche cristiane e alla tradizione artistica europea. Nella composizione – un coro di cantanti accompagnati da un vecchio pioniere seduto che suona la fisarmonica – , Shamir dipinge gli aridi, spogli campi di Kefar Yehoshua. Il coro di Shamir sta cantando La canzone della valle, del poeta israeliano Nathan Alterman, una ninna nanna che descrive i generosi sacrifici dei primi pionieri della valle che hanno reso fertile una terra desertica. Per loro, il lavoro agricolo era la nuova religione, a cui solamente i nuovi ebrei dovevano dedicarsi. L’opinione realistica, dolorosa e critica di Shamir riguardo ai cambiamenti in atto nella società israeliana trapela chiaramente dalla messa in scena artificiale e sgraziata della composizione, che sfida e sovverte il tema dell’adorazione della Natività. Le donne del coro a prima vista sembrerebbero figlie della generazione dei pionieri sionisti, prova vivente del loro successo, intente a cantarne le lodi, ma la visione di trionfante fiducia è scalfita dalla presenza di una donna tailandese, giunta al moshav come lavoratrice straniera ed ora assimilata nella società israeliana. Di tutto il gruppo, è lei l’unica che canta di cuore, orgogliosa, e così facendo esemplifica il processo iniziato dopo la guerra dei Sei Giorni, quando i lavori più umili sono stati trasferiti dagli israeliani ai palestinesi, e poi ai lavoratori  immigrati. Il ritratto delle altre cantanti trasmette ansia. Una abbassa lo sguardo e si stringe le mani in un gesto di apprensione ed incertezza, mentre tutti gli altri, compreso il suonatore di fisarmonica, distanti e distaccati, si esibiscono meccanicamente. Esprimono così l’angoscia esistenziale di Shamir per il futuro della sua patria. La sua ninna nanna è una nenia funebre, o una canzone che accompagna la valle in un sano riposo, dal quale emergerà ringiovanita e pronta ad affrontare le sfide di un futuro mutevole ed incerto.

Vardi Kahana - Tre sorelle (1992)La formazione giornalistica  ha insegnato a Vardi Kahana a catturare il momento e documentare lo spirito dell’epoca (l’air du temps). Il suo istinto le ha poi permesso di riconoscere l’aspetto pan-umanistico della storia della sua famiglia e di partire per un lungo viaggio meditativo nella grande saga della sua vicenda familiare. Il progetto di Kahana, Una famiglia, comprende quasi cento fotografie in cui l’artista segue con discrezione le tracce del rinnovamento della sua famiglia nel periodo successivo all’Olocausto, presentando una dinastia che si estende per quattro generazioni e tre continenti. I potenti ed eloquenti ritratti dei membri della famiglia, che rimandano a momenti centrali delle loro vite, sono scattati nel loro ambiente; in tal modo l’artista sintetizza il ritorno del popolo ebraico e lo sviluppo di Israele in una nazione. Durante il lavoro, Kahana s’imbatte in questioni, domande e dilemmi di grande attualità: la “purezza delle armi”, il lutto, gli insediamenti ebraici nei territori occupati, la tensione fra arabi ed ebrei a Gerusalemme est, il presente e il futuro della vita nel kibbutz, l’ortodossia e il laicismo. Il viaggio personale di Kahana attraverso la cinquantina di nuclei familiari che compongono la sua famiglia allargata riflette la varietà dei modi di vivere degli israeliani. La scelta del ritratto, forma tradizionale di descrizione preferita per la capacità di sintetizzare la personalità dei modelli preservandone l’essenza fisica, risveglia in chi guarda, abituato a questa modalità di rappresentazione, un senso di familiarità. Lo spettatore è invitato a stabilire un legame con la propria famiglia in modo personale ed estremamente intimo. La fotografia in bianco e nero lo riporta indietro nel tempo, ad un’era meno tecnologica, e impregna il lavoro di Kahana di nostalgia. “Tre sorelle” presenta l’origine della grande famiglia di Kahana: sua madre e le sue due sorelle, tutte e tre sopravvissute all’Olocausto. Gli agghiaccianti numeri consecutivi tatuati sul braccio di ciascuna testimoniano l’ordine con cui sono state registrate ad Auschwitz. Lo sguardo fiero, rivolto all’obiettivo della loro figlia e nipote, rivela la forza che le ha sostenute durante la catastrofe e che le contraddistingue ancora oggi.

A seguire

UN POPOLO, UNA STORIA D’AMORE

Reuven Rubin - The Sea of Galilee - 1926-28

Reuven Rubin – The Sea of Galilee – 1926-28

Di solito un conflitto tra popoli ci coinvolge emotivamente e se dura da decenni, o meglio da secoli, la domanda è una sola: perché?

Differenze culturali, scontri sociali, problemi oggettivi, si concretizzano in forti contrapposizioni tra amore e odio, valore e distruzione, integrazione e separazione. Su queste è ancora più urgente il “capire”.

Da questa settimana Giorgio Tavani propone alcune riflessioni su quanto conosciamo del Popolo d’Israele attraverso una lettura critica della sua storia e dei suoi miti. “… Israele è una storia da raccontare, al di là di “quel che si sa” e di “quel che si dice”, con verità, disincanto e inquieto amore”.

Su questo blog, viceversa, chi vorrà potrà contribuire alla discussione affrontando l’argomento da un altro punto di vista: conoscere un popolo attraverso  le arti figurative, la letteratura e la musica.

Di volta in volta, avremo la possibilità di incrociare riferimenti storici, sociali, religiosi con una loro lettura trasversale fatta di pitture, sculture, architetture, fotografie, cinema, … Almeno ci proviamo.

Per maggiori dettagli e iscrizione ai corsi:

–  La scheda del corso

–  Unitre: G75 – ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE

–  Varese Corsi: 21- ISRAELE, UNA STORIA D’AMORE