FRA LA VIA EMILIA E IL WEST

Dorothea Lange - Profughi scampati alla siccità nell'Oklahoma (1936)

Dorothea Lange – Profughi scampati alla siccità nell’Oklahoma (1936)

Il gruppo aNobii dal nome pretenzioso di “Americana contemporanea”, lo conferma da anni come il miglior romanzo americano moderno, quello da tenere sul comodino per intenderci. Furore di John Steinbeck è l’odissea della famiglia Joad che percorre la “Route 66” verso un miraggio, il west delle dolci vallate degli alberi da frutta. L’ottimismo di Tom, Al, del babbo e soprattutto di mamma si scontra con l’insormontabile muro della miseria più nera che toglie il respiro ed ogni speranza di futuro. Ma una scintilla, un men che minimo impulso di sopravvivenza, fa loro tenere ancora alta la testa. Dove possiamo cercare le radici della crisi nella nostra via Emilia?

… Il babbo aveva fatto un’ipoteca, e ora la banca esige la terra. La società immobiliare, ossia l’ipotecaria banca usuraia, ha bisogno di trattrici, non di coloni. La trattrice è un male? È ingiusta, illegittima, la forza meccanica che coltiva la terra? Dipende. Se la trattrice è nostra, non mia, ma nostra, è un bene. Se la nostra trattrice coltiva la terra, non la mia terra, ma la nostra, è un bene. La potremmo amare come prima amavamo la terra quando era nostra. Ma la trattrice fa due cose: coltiva la terra, e a noi dà lo sfratto. C’è ben poca differenza tra questa trattrice e il carro armato. Entrambi spaventano ledono calpestano le masse. E questo è un pensiero che merita riflessione. Un uomo  spodestato, una famiglia sul lastrico, un catenaccio rugginoso che scricchiola sullo stradone che conduce nel West. Io ho perso il mio pezzo di terra; me l’ha preso la trattrice. Sono rovinato, solo, esterrefatto. E la notte la famiglia s’attenda sulla proda del fosso; e un’altra famiglia arriva e rizza la tenda. I due nomini s’accoccolano sui talloni, e le donne e i bambini stanno ad ascoltare. Il nodo è qui, o voi che avete paura del mutamento in atto, che tremate all’idea d’una rivoluzione! Impedire, impedire dovete a tutti i costi, che i due spodestati s’accoccolino l’uno accanto all’altro. Instillare in ciascuno di loro l’odio reciproco, la paura, la diffidenza. Perché allora non si tratta più di “Io ho perso il mio pezzo di terra.” La cellula si biparte e genera quel “Noi abbiamo perso il nostro pezzo di terra” che v’illividisce. Qui è il pericolo: perché due uomini insieme sono sempre meno perplessi di un individuo solo. E da questo primo “noi” trae origine un altro, e maggiore, pericolo, che è rappresentato dalla somma dei due termini “Ho qualcosa da mangiare” e “Non ho da mangiare.” Se il totale dà “Abbiamo qualcosa da mangiare,” la valanga si avvia, il movimento prende una direzione. Ora basta una piccola moltiplicazione per far si che questa terra e questa trattrice diventino nostre. Questo il quadro: due uomini accoccolati sull’orlo della strada, il miserabile fuoco sotto la pentola comune, la pancetta che frigge in una padella sola, le tacite donne dagli sguardi pietrificati, e i marmocchi intenti a parole che i loro cervelli non intendono. Si fa notte, il bambino ha freddo: ecco, prendi questa coperta, è di lana, era di mia madre, tienila per il bambino. Questo l’obiettivo che dovete bombardare: questa transizione dall’“io” al “noi”. Se voi, che possedete le cose che le masse hanno bisogno assoluto di detenere, poteste rendervi conto di questa realtà, allora sareste in grado di salvarvi. Se foste capaci di distinguere le cause dagli effetti, di persuadervi che Paine, Marx, Jefferson, Lenin furono effetti e non cause, allora potreste sopravvivere. Ma non ne siete assolutamente capaci. Perché il possesso vi congela in altrettanti “io” e vi aliena i “noi”. Gli stati del West sono nervosi sotto il mutamento in atto. Il bisogno origina l’idea, e l’idea stimola l’azione. Mezzo milione di persone erranti per il paese; un altro milione ancora ferme ma pronte a muoversi; altri dieci milioni che cominciano ad agitarsi. E le trattrici insensibili coltivano le terre deserte. …

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