RB-2010 – Quasi tutti – Enrico Galiano

Quasi tutti

La messa è appena finita.

Donne con lo scialle, uomini in cravatta, ragazzini con i mocassini di cuoio e la faccia di chi non vede l’ora di uscire.

Bello pieno il cesto delle offerte, oggi. Certo è dura, quando te lo vedi passare davanti, non metterci dentro niente. Ti vergogni. Ti sembra di far la figura del taccagno. Così la monetina ce la metti sempre, e passi avanti. Quasi tutti fanno così.

Va bene, c’è anche sempre quello che ci infila tatticamente le monetine da uno, due, cinque centesimi, ché l’importante è la scena.

Oggi dopo la messa c’è una partita, nel campo di fronte alla parrocchia, così quello che vedi all’uscita dalla chiesa è una divisione molto ordinata: gli uomini quasi tutti verso il campo sportivo, le donne quasi tutte verso il bar per il cappuccino (rito immancabile almeno quanto la messa).

Una partita: diciamo pure la partita. C’è il derby Villanova – Salesiana Don Bosco. Anche se è solo la sesta giornata del campionato di terza categoria, da queste parti è uno scontro atteso più o meno come il Palio a Siena. Gli spalti si gremiscono in pochi minuti.

Io non posso giocare. Il maledetto ginocchio ha deciso che mi tocca starmene in tribuna a battere i piedi e a bere vin brulé. Mi siedo e cerco di non pensare a quanta voglia ho di stare in campo.

C’è un bel sole, oggi. L’aria è fresca, limpida. Sta arrivando l’inverno, ma se chiudi gli occhi e respiri riesci ancora a sentirci pezzi di primavera dentro.

Le squadre entrano in campo. Applausi. Fischio d’inizio.

Di solito qui abbiamo un tifoso un po’ particolare. Uno che da quando arriva a quando va via fa solo due cose: beve, e canta. Sì, canta. Prende le canzoni famose degli anni sessanta e ne storpia il testo (generalmente mettendoci dentro battute sull’arbitro. O sulla di lui moglie).

Una rotonda sul mare viene fatto rimare con arbitro non dovevi andare a pescare?

Non sarà un’avventura con di tua moglie mi prendo cura. Così.

Può tirare avanti per tutta la partita e, se qualcuno gli fa il pieno di brulé, anche per i supplementari.

Fa molto ridere per i primi – diciamo – venti minuti. I restanti settanta li passi a chiederti dov’è il pulsante per spegnerlo.

Lui si chiamerebbe Vladimiro, ma nessuno lo chiama col suo nome. Solo Miro.

Non è cattivo, anzi. Ha un sorriso contagioso e due occhi che si illuminano come quelli di un bambino. Ha i capelli ricci e due baffoni così. Vent’anni fa è andato anche a Canale 5 a fare una di quelle gare di sosia. Lui era Gigi Sammarchi. È arrivato secondo.

Da un po’ di tempo a questa parte, a Miro, le cose vanno male. Quasi tutti in paese sanno della sua situazione: problemi con l’alcol, divorziato da una decina d’anni, i suoi figli che non gli vogliono più parlare. Ciliegina sulla torta, ha perso il lavoro a sette mesi dalla pensione.

Non si possono biasimare neanche i suoi capi: faceva l’autista di camion e si presentava ubriaco.

Metà delle persone in paese, quando lo vedono, pensano: colpa sua, se l’è cercata.

L’altra metà pensa: colpa sua, se l’è cercata, speriamo che se la cavi.

Fa una pausa a metà di una strofa, Miro, e mi viene vicino. Gli chiedo come va, e lui sorride. Mi dice che sta cercando di fare questo, di fare quello, ma intanto è stato sfrattato e deve dormire sotto la pensilina degli autobus, proprio nella piazza del paese. Io lo guardo e cerco di capire se sta scherzando o cosa.

No no: dorme proprio lì. Si è portato una sedia e, spero, una coperta. Ogni giorno va avanti con quello che gli danno gli amici quando lo incontrano: cinque euro da uno, due da un altro. Ci si compra un panino, un caffè. Dall’alito da vino capisco però che non è solo questo, quello che ci compra.

È sempre un casino quando ti trovi di fronte qualcuno che ti racconta, dal vero, una storia così. Si formano immediatamente pause di silenzio che non sai come riempire, e in un attimo sai che oltre a te e lui c’è anche un imbarazzo ingombrante di mezzo.

E poi sinceramente la prima cosa che pensi – è terribile dirlo ma è così – è che è un po’ maleducato, lui, a dirti quelle cose. A dirle così sfacciatamente. A metterti così direttamente nella condizione di non sapere che dire.

La verità è che quasi nessuno di noi, qui, è mai stato in situazioni in cui non potevi cavartela con una battuta. Una frase ironica. Un: “Beh, potrebbe anche andare peggio”.

Non sappiamo neanche cosa vuol dire stare in una situazione in cui, proprio, peggio non può andare.

La cosa divertente è che quello meno in imbarazzo non sono io, ma lui. E infatti dopo un po’ se ne esce con una domanda che mi lascia secco: “Ti offro da bere?”

Ha un euro e cinquanta in tasca, Miro. Me li fa anche vedere: nel mucchio ci sono pezzi da due centesimi. E mi chiede se può offrirmi da bere.

Lì la parte razionale di me suona la sveglia. Gli faccio:

“Ehi, Miro, ma i tuoi figli dove sono? Perché non fanno niente?”

Lui scrolla le spalle, come si fa quando qualcosa è andato storto e non si può più rimediare.

“No, loro non vogliono più parlare con me”, dice.

Io dentro di me penso: okay, ha problemi con l’alcol; va bene, ha perso un sacco di soldi con le macchinette: ma i figli non dovrebbero andare oltre queste cose?

“Sai, io non voglio costringerli a volermi bene”, dice.

Finisce il primo tempo. La mia squadra, il Villanova, ha appena preso gol. Uno stupido contropiede causato da uno stupido errore in attacco. Miro mi lascia un secondo per cantare all’arbitro:

Fuoco nel fuoco/ non hai visto che era fuorigioco.

I giocatori tornano negli spogliatoi. La gente scende verso il chiosco. Miro saluta tutti. A quelli che gli passano vicino chiede “Come va?”. Loro ricambiano il saluto, gli sorridono, ma nessuno gli chiede niente.

Molti di loro sono stati a scuola con lui. Quasi tutti, diciamo.

Chissà che effetto deve fare, a loro, pensare ai tempi di quando erano bambini. Mettere vicine le fotografie in bianco e nero di quando portavano ancora il grembiule con l’immagine del presente. Chissà se c’è qualcuno che, senza darlo a vedere, dentro ci sta male. O se c’è qualcun altro che pensa: “Io lo sapevo fin da allora, che sarebbe finito così”.

Miro dice: “Forse domani un amico mi trova una stanza”. Io mi chiudo meglio il giubbotto e penso che sì, va bene, ma intanto stanotte farà un freddo cane.

Dice: “Devo solo lasciar passare questa settimana”, e io annuendo dico tra me e me che sembra una storia inventata, una di quelle favolette di paese sul barbone dal cuore d’oro.

Mi dico che è stato stupido a buttare via tutti i suoi soldi in alcol e macchinette. Che dovrebbe vergognarsi di quanto è caduto in basso. Che se i suoi figli non lo vogliono più vedere un motivo ci sarà. Tante cose penso mentre Miro mi parla, ma soprattutto non riesco a non immaginarmi stanotte, in piazza. Le tapparelle delle case e dei condomini che si abbassano. Gli occhi dietro le fessurine delle persiane, che sbirciano in basso e poi vanno a dormire.

La partita finisce. Uno a uno, senza infamia e senza lode. Ultimo brulé e poi tutti a casa.

Quasi tutti.

 

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