Quando l’enigmista del giornale si dimette

Buongiorno,

è con rammarico che mi accingo a scrivere questa mia all’eccellenza Vostra per il bene di tutti.

Premetto che chi fa incetta di precetti e li accetta come ricetta di condotta perfetta è un poveretto, ciononostante l’ammetto, non rispetto il capetto dall’aspetto sospetto che infetta la rotta dei tanti, intenti a fare i conti coi molti intelletti tonti voluti dal suddetto.

Lei mi insegna che l’impegno è segno di ingegno, l’unica insegna di un degno regno che sdegna l’indegno e lo insigne con segno di fogna. Ma l’immondo non va a fondo. Quel tondo tordo è infingardo. La cassa è in rosso adesso che il fesso ha il fisso, adesso che ha il permesso di ripassar l’incasso. S’assenta e prudente s’inventa la perdita d’un parente o attesta lo stato di morente e tutti intorta. La rabbia m’ingabbia e m’annebbia, è come sabbia sulla scabbia e intanto il tonto è intatto, tutto tinto trotta attento mentre il resto va avanti a stento.

Imbroglia, spariglia, attanaglia. Si staglia con taglia da tovaglia, farfuglia con cipiglio mentre intruglia su quei fogli e raglia di tagli e bavagli.

Ricordo l’accordo dell’esordio, uno spasmo d’entusiasmo, del carisma un sisma, scusi il chiasmo. È morto quel porto sorto per nostro conforto? E’ ormai corrotto il motto “Insorto contro l’incolto”?

Il giornale è un canale mai banale che assale il male, un fanale che appare e sale a illuminare il mare, uno strale da scoccare per salvare quel che vale. Sfogli quei fogli, l’aggrovigli, li sbrogli, l’imbrigli e ancora li sfrucugli, li dai ai figli per ritagli, per far chiglie di flottiglie. Con la stampa non si campa ma si ha scampo senza stampa? Oggigiorno agogno un sogno che digrigna alla gogna, ma in queste tempeste son richieste le teste di chi assiste e resiste, di chi contesta la triste festa della casta che impasta e impesta, di chi assesta con leste gesta toste batoste. Quel tizio è un dazio che strazia la ratio di questo servizio, con stizza il pazzo strozza e insozza questo spazio con dovizia di sevizie. Incalza con sozzi balzelli, avanza tozze pulzelle e s’ingozza con rozzi mezzucci, insisto tosto sul tasto: infausto è il modesto imposto.

Ma visto che il tristo Mefisto s’incista nel posto che consta al più giusto, non mi resta che il testo che ho scritto e che attesto al vostro cospetto. Non mi permetto il prospetto di un lento rigetto dell’inetto e non voglio l’abbaglio d’un taglio del suo serraglio.

Per questo non resto nel posto che il lesto calpesta e come mesta protesta, col cuore in difetto nel petto, ma doveroso rispetto, mi dimetto.

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