Giuanìn

Avevo nove anni – ne sono sicuro perché il mese prima, ad aprile, mi ero comunicato e cresimato, quindi ero troppo fresco di confetti e buoni propositi per non restarmi impressa una storia che di buono e confettoso aveva ben poco – avevo nove anni, dicevo, quando presi atto della possibile esistenza di verità diverse da quelle riportate nei libri di scuola. Sballottato tra il naturale affetto per una verità ormai metabolizzata e il comprensibile sospetto verso un’altra ancora da digerire, mandai giù la seconda senza con questo rigurgitare la prima; tanto più che una verità – ma questo l’avrei scoperto più tardi – non si compone d’altro che degli errori via via commessi nel corso dell’esistenza e a nove anni, conteggiando quelli di grammatica, ortografia e aritmetica, non è che di errori ne avessi accumulati poi tanti. Comunque, al di là della maniera più o meno consapevole con la quale affrontai il problema, la soluzione dovette scombussolarmi un bel po’ se ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, ricostruisco l’evento nei minimi particolari, quasi fosse cosa di ieri.

Era una giornata di fine maggio, calda, assolata, con un odore fresco di fieno che, spinto dalla brezza, giungeva alle narici mischiato a quello selvaggio del fiume. Una giornata troppo ricca di aspettative perché la paura degli esami, i terribili esami di ammissione alle Medie, m’impedisse di goderla. Accovacciato sul greto, scalzo, a torso nudo, un fazzoletto annodato in testa, il libro chiuso in grembo, l’indice infilato dentro come segnalibro, stavo ripetendo a mente come si diceva allora, e a voce alta per farmi sentire dal nonno, un capitolo di storia riguardante la prima guerra mondiale. Il fiume, qualche metro più in là, scivolava silenzioso in un crepitio di riflessi; ogni tanto un gracidio di rana, un abbaiare lontano, voci di lavandaie dalla chiusa, un risucchio sulle sponde, uno strepito di rondini in picchiata. Di punto in bianco il nonno alzò un braccio. “Alt, ripetimi l’ultima frase” disse voltandosi su un fianco. Steso sull’erba, i pantaloni calati sulle reni, la camicia arrotolata sulle spalle, scaldava quella schiena mezza storta che soltanto col caldo – diceva lui – tornava un po’ cristiana. Gli ripetei para para la riga del testo. “Lanciò contro il nemico la stampella e glorioso levò il grido …”. Col braccio fece segno di no. “Prima, prima di lanciò”. M’arresi. Diamine, la mia memoria non era abituata alle retromarce. Aprii il libro, sbirciai in fondo, lo richiusi, chiusi anche gli occhi e cominciai da due righe prima. “Con sommo sprezzo del pericolo, irridendo la morte e inneggiando alla patria, il bersagliere Enrico Toti, in un ultimo ale …” niente da fare, su certe parole m’impappinavo sempre, “in un ultimo anelito di eroismo, fulgido esempio di coraggio e an-bega …an-gheba …ab-nega-zione, lanciò contro il nemico la stampella e glorioso levò …”. Il nonno abbassò il braccio e si alzò. “Basta, per carità”. Anziché complimentarsi per la recita mi guardò come avrebbe guardato un fiasco senza il vino dentro. Con un misto di tristezza e delusione. “Al maestro, domani, ‘sta becciafavola gli racconti?”. Aveva infilato la camicia nei calzoni e col mezzo toscano in bocca si tastava le saccocce alla ricerca dei fiammiferi. “Co-come sarebbe?” per poco non sbottai a piangere. Prima di tutto perché l’avrei raccontata a una professoressa, no al maestro. E poi quale becciafavola? I libri di scuola non raccontano becciafavole. Il nonno accese, tirò una boccata e, attento a non soffiarmi il fumo addosso, maledicendo la schiena che cricchiava neanche avesse i tarli dentro, mi sedette accanto. “Sarebbe che quella frase, identica spiccicata, la scrissero per Giuanìn. Solo che lui, povero Cristo, è ancora vivo e in un libro di scuola non ce lo possono mettere”. Non capivo il perché. E neppure il povero Cristo capivo, in genere si diceva così di un morto.  “Devi sapere” proseguì, “che nel ‘17 Giuanìn stava con me all’Ortigara e …”. S’accorse che avevo messo su il muso. “Tranquillo,” mi rassicurò, “all’esame tu racconta pure quello che hai letto nel libro”. Meno male, mi doleva già la testa al pensiero di mandare a mente un’altra storia.

“Be’, ’sto Giuanìn ce l’aveva a morte con chi l’aveva spedito in guerra. Si svegliava la mattina, ricordo, e il suo primo pensiero era per il re. Maestà, ciapa! – diceva – Xe tuta par ti, e giù una pernacchia da squassare le pareti. A Cadorna non ti dico, gliene mollava certe che il tenente Tognon, una volta, le scambiò per raffiche di mitraglia e cominciò a urlare All’armi, all’armi, gli austriaci attaccano! Ma più di tutti ce l’aveva col colonnello Pelagatti che lo teneva inchiodato lì, a sparar a altri poareti com’a mi, ca anca a lor xe frega un fico de ’sta guera – baccagliava in quel suo dialetto che era già tanto se capivi una parola su dieci – invece che rimandarlo a casa come era giusto e sacrosanto. Stante ca a casa – spiegava – mi gh’avrìa da laorar ’a tera, da siegar ’a legna su a l’alpe, da taiar el fien, da portàlo a malga, e da reponelo intel tabià, capìo? E gh’avrìa anca da pascolar ’e vache, ostrega, e da sasiarle, e da monger ’a Rosina ca altro ca da me se fa monger quela pora bestia, insoma, mi gh’avrìa ben antro da far ca giogar ai solda’ com’un puteo. E alla fine della tiritera, giù altre pernacchie, imprecazioni e la promessa che, prima o poi, a quel farabuto, stracàn, sasìn d’un colonnello, glielo faceva vedere lui. Una sera, difatti, che attaccavamo quota millenovecento per riconquistare la posizione persa la mattina e riconquistata, tra l’altro, il giorno avanti dopo che gli austriaci ce l’avevano tolta il giorno avanti ancora, Giuanìn anziché su verso il nemico, tirò un paio di schioppettate giù, verso le retrovie dove si nascondeva Pelagatti col suo Stato Maggiore, desgrasià, spusolente urlando, dove ti se’, cancaro, che te mazzo. Ci volle tutta la pazienza del tenente Tognon per convincerlo che non era ammazzando un ufficiale che risolveva i suoi problemi. Anzi, la prossima volta – gli disse – ti denuncio alla corte marziale, così fucilato ci finisci tu, cretino, no il colonnello”.

Il nonno s’interruppe, lo sciabordio del fiume gli aveva provocato un’urgenza che andò a soddisfare nel canneto. Lo ricordo per via delle rane che vidi saltare a dozzine nell’acqua. “Alé,” pensai, “adesso mi perde il filo del racconto e chissà quando lo ritrova”. Invece riattaccò preciso da dove aveva lasciato, preciso anche nel maledire la schiena e i suoi cricchi.

“Solo che un sordo avrebbe dato più ascolto di Giuanìn. Tempo, quanto? una settimana e attacchiamo l’Ortigara. Savoia, Savoia gridavamo uscendo dalla trincea. Ci avevano fatto bere tanta di quella grappa che parecchi di noi, me compreso, non si rendevano conto di andare al macello. La prima raffica centrò il caporalmaggiore Fuso che mi precedeva sulla scaletta, caddi indietro con lui sopra, un sacramento di novanta e passa chili, battei la testa, la schiena, l’osso sacro, – apposta cammino tutto storto – svenni e quando mi ripresi stavo in un’infermeria da campo. Qualche frattura ma, grazie al povero Fuso che ci aveva rimesso la pelle, io la mia potevo ancora godermela. Be’, apro gli occhi e lì accanto, steso su una brandina, fasciato come una mummia, ti vedo Giuanìn che appena gli fo Giuanìn, stavolta a casa ti ci rimandano sul serio, attacca a bestemmiare peggio d’un turco. Che era successo? Era successo, lo seppi poi dal cappellano, che durante l’assalto alla cima, chissà se rincitrullito da quella porcheria di grappa, quela scroarìa de sgnapa come la chiamava lui, o chissà se era proprio quella porcheria in corpo a dargli tanto coraggio, fatto sta aveva ripreso in considerazione l’idea di mandare all’altro mondo il colonnello. Sicché si era scapicollato giù per il pendio, incurante delle pallottole che gli fischiavano intorno, a zigzag tra chi arrancava in direzione opposta, saltando i cadaveri ammucchiati a decine, a centinaia. E urlava, con le braccia levate in alto urlava dove ti se’, sosolòn d’un Pelagati, che te mazzo, una granata nella mano destra, la sicura fra le dita della sinistra, quando all’improvviso – bruuum! – la granata era esplosa trinciandogli sia la destra che la sinistra. Sfido io che bestemmiava. Un contadino senza mani è come un martello senza manico, addirittura peggio, almeno un manico si  rimette. Ma il bello fu quando a guerra finita mi vedo arrivare una lettera col timbro di Maniago. L’apro, leggo e indovina di chi è la firma in fondo? Di Giuanìn, bravo. Il quale mi scrive che siccome sansa man no ghe poso laorar ’a tera ma nanca sansa far un fico ghe poso star, ha deciso di iscriversi alla scuola serale per prendere la licenza elementare. E, stante ca ’e man ghe l’ho lasà a la patria, mi g’ha imparà a scriver co ’a bocca. Proprio così, guidava la penna con i denti. E la guidava bene, vedessi, anche se ogni tanto andava storto perché anca i denti – spiegava – ghe n’è restà pochi, a pena par mastegar ’a polenta. Ma lo stupefacente fu che alla lettera me ne aveva allegata un’altra, quella in cui il Governo gli comunicava che Sua Maestà il Re, vista la relazione del Capo di Stato Maggiore della Sesta Armata da cui si evinceva l’anelito eroico del fante Bucìn Giovanni, di fu Antonio e Runz Maria, nato a Dandolo di Maniago il diciassette ottobre del milleottocentonovantasei, il quale nello strenuo assalto all’Ortigara, addì 16 giugno 1917, con sommo sprezzo del pericolo, irridendo la morte e inneggiando alla patria, fulgido esempio di coraggio e abnegazione, offriva a quest’ultima il sacrificio delle proprie membra eccetera eccetera, conferiva al suddetto Bucìn la medaglia al valore quale attestato di stima e riconoscenza. Na medaja, capise? – concludeva Giuanìn – E se l’acopào a Pelagati ca me fasean, un monumento? Ecco perché prima dicevo becciafavole. Solo che Enrico Toti è morto e gli puoi cucire addosso i panni dell’eroe che tanto lui non dice né sì né no; ma Giuanìn …ah! se la scrivesse Giuanìn la storia lo so che direbbe, direbbe che sull’Ortigara furono in molti a maledire una patria capace di mandare al massacro trecentomila figli. Ma tu, se t’interrogano sulla prima guerra mondiale, di’ quello che sta scritto sul libro, da’ retta”

Non ricordo altro di quel giorno, probabile che a quel punto il nonno si sia rivestito, io pure e insieme abbiamo ripreso la strada di casa.

Ricordo in compenso l’esame, fu un trionfo. Davanti a me, nel controluce di una finestra dell’aula, il maestro Lupo, la professoressa Napolitano, la stessa che a ottobre m’avrebbe insegnato a declinare rosa–rosae, e il direttore Zampa, tutt’e tre aureolati dal pulviscolo danzante fra le stecche della persiana. Sei occhi, dodici contando gli occhiali, puntati su di me che finivo di declamare, parola per parola, una pagina di storia.

“ …lanciò contro il nemico la stampella e glorioso levò il grido …”

Fu il braccio della Napolitano ad alzarsi. “Alt!” fece. Proprio come il nonno. “Sta’ a vedere” pensai, “che anche lei, adesso, mi racconta la storia di Giuanìn”. Invece sorrise, mi guardò da sopra gli occhiali e muovendo su e giù la testa ora verso il maestro, ora verso il direttore, i quali a loro volta muovevano su e giù le loro, disse che avevo dimostrato un elevato grado di preparazione, che i trimestri precedenti confermavano la mia predisposizione agli studi e che per lei l’interrogazione finiva lì. Ero promosso a pieni voti, mi godessi pure le vacanze, appuntamento il primo ottobre alla scuola media Giosuè Carducci. A casa mi gonfiai come un tacchino mentre lo raccontavo.

“Che t’hanno chiesto di storia?” buttò là il nonno.

“Le cinque giornate di Milano” bugiardai.

“Ma non furono quattro?”

Non ricordo se, per dimostrargli il contrario, gli ho recitato a mente quelle due o tre pagine di storia sui moti risorgimentali. Sono certo di una cosa però, che mentre mi guardava da dentro la fumarèa di un mezzo sigaro toscano, a me le orecchie pigliarono fuoco dalla vergogna.

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