Andiamo

«Dobbiamo andare, i tedeschi stanno tornando». Mio padre ha detto così, quella sera del ’44. Ho dato un bacio alla mamma e a mia sorella piccola, Susanna. Ho infilato scarponi e maglione e ho seguito mio padre, fuori per la porta sul retro. Cammino nel buio e intorno a me ci sono una ventina di altri uomini. Sono uomo fatto, io. Ho 16 anni, troppo grande per andare con i bambini del pane bianco sul treno per la Svizzera. Dal Badulerio passiamo nei viottoli di Domodossola, prendiamo la via per Varzo, e più su. Andiamo a Briga, dice mio padre. Dobbiamo andare là perché stanno tornando i tedeschi. La zona liberata dagli amici partigiani di mio papà sta per essere riconquistata. Arrivano e sono troppi, arrivano e tutti hanno paura delle rappresaglie. Allora camminiamo, nonostante il freddo e la pioggia. Andiamo. Domani mattina dovrei essere alla rimessa. Perché lavoro, sono uomo fatto io. Non ci andrò, chissà il Piana se mi vorrà ancora quando finalmente potremo tornare.
Briga. Sul treno che ci porta a Dachweld, dove ci sono le baracche, siamo tutti ammassati. C’è la puzza della paura, di quando sudo male e non riesco a tenere ferme le gambe anche se sono stanco.
Andiamo e mi ciondola la testa dopo due giorni di marcia, e il “polvere di marmo”, il poco pane che mio padre ha portato via da casa, finito stamattina.
Dachweld. La baracca è piena di uomini e donne. Non mi aveva detto mio padre che sarebbe andata così. Andremo a fare i muratori o qualcosa così, vedrai, diceva. Invece qui siamo nel freddo, ammassati e soli. Pidocchi e piattole camminano addosso a tutto e tutti. Si riempiono i vestiti, sembra che camminino anche loro. Solo le piattole e i pidocchi sono più ammassati di noi.
Di giorno lavoriamo 10 ore per i contadini. Il pozzo dell’acqua è lontano almeno due chilometri. Andiamo, dice mio padre che si ostina a lavare e rilavare la nostra poca roba, lasciandoci al freddo, con le labbra viola che tremano.
Torno ogni volta, la sera, sempre più stanco. Ho visto ieri una donna nuda nella baracca. Non mi era mai capitato prima. Non sono riuscito a distogliere lo sguardo. Levava la maglia di lana e il suo seno scivolava fuori e l’ho guardata e ho pianto per questo, perché era così malata, col sangue nella tosse, che non avrei dovuto e mi sono vergognato di me. Figurarsi che quando ero bambino mia madre una mattina mi disse «vai a giocare fuori» e fuori c’erano due metri di neve . «Ubbidisci Tunin». Allora ero corso via veloce. La vicina mi aveva fatto entrare per non lasciarmi al freddo e dopo un po’ era venuto mio padre: adesso puoi venire a casa. Avevo trovato in braccio a mia madre, Susanna. «L’ho presa sotto il cavolo» mi aveva detto. Mi aveva mandato via per pudore, nella neve. Io una donna nuda non l’avevo vista mai.
Da Dachweld sono scappato. Andiamo, ha detto mio papà. Non ce la facevamo più a stare lì. Intorno a noi neanche un uomo, ero uomo fatto io. Solo io e lui in una notte piena di luna, mentre le nostre ombre scivolavano sull’erba alta. Stai giù Tunin che stanotte si può giocare a carte, corri basso, corri basso. Cos’avrà voluto dire non so. Mi ricordo l’aria fredda che mi veniva sulla faccia e correvo con la schiena piegata, verso la città.
Mio papà era uno che ci sapeva fare: aveva trovato posto in una fabbrica di vernici, e il padrone, non tanto alto, un po’ stempiato e moro, col naso affilato, aveva preso in simpatia anche me, che stavo sempre nei dintorni a chiedere se c’era qualche lavoretto. «Tunin c’è un posto per te al cimitero. Vuoi andare a fare i guardiano?» Certo che volevo. Volevo anche fare bella figura perché la figlia del padrone era mora come il babbo, con la treccia lunga di capelli lucidi, gli occhi neri e mi salutava. Erano italiani anche se la città era praticamente al confine con la Germania. Io e la figlia del padrone ci raccontavamo poche cose e andavamo al fiume quando potevo, ma quasi sempre lei veniva a trovarmi con la bicicletta al cimitero. Io davo qualche sigaretta di mio papà alla fioraia e lei mi dava una paio di fiori appassiti da regalarle. Non ci siamo baciati in quei giorni e non lo facemmo mai. Andiamo, le dico mentre le prendo la mano minuta e la porto tra le tombe a vedere le lapidi e le foto. Vedi quella signora lì? Assomiglia a mia mamma, si chiama Desolina. I suoi capelli sono come quelli di questa signora, ma gli occhi ce li ha come questa, e facevo due passi più avanti. Nelle tombe dei bambini non c’erano le foto e Susanna, la mia sorellina, non gliela potevo fare conoscere. Lei mi insegnava matematica e quando provavo a farle una carezza diventava rossa e si metteva a correre per il viale di ghiaia, inforcava la bicicletta, pedalava veloce senza voltarsi e via. Andava. Arrivò un mattino e mi disse «devo partire, torno in Italia con la mia famiglia». Piangeva, io non volevo farle vedere che ero disperato, ero uomo fatto io, ma non riuscivo a parlare, avevo un riccio di castagna in gola, come quello che i fascisti avevano messo al Dante perché non voleva tradire. Allora, gli avevano detto: «Ben non vuoi parlare? Così non parli più» e giù il riccio.
«Devo andare, ripartiamo, non ci vedremo, è la fine della guerra» diceva. Non ho mai dimenticato quell’addio che mi bruciò di più che lasciare mia madre e la mia sorellina.
Edda era ebrea, ma più di tutto era il mio primo amore.
La nonna è gelosa, non raccontarglielo Antonio.

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