Ancora vivo

Sono giorni che camminiamo. Marciamo dall’alba a notte inoltrata, muovendoci verso il niente in interminabili file ordinate. Un silenzio spezzato solo dalle urla roche dei soldati tedeschi, mentre fiumi di gente riempiono le strade di terra battuta quasi senza fare rumore.
Una quiete senza tracce di vita.
La nostra marcia funebre è iniziata a Drashovicë, Albania, vicino Valona, lungo la strada che porta in Grecia. Ci stanno deportando in seguito al massacro di una guarnigione di soldati italiani a Mavrovë. Devo la mia salvezza agli albanesi che hanno evitato che i nazisti ci accerchiassero, anche se alla fine ci hanno presi comunque. Inevitabile.

Andiamo avanti e non ho più percezione di nulla. Non ho più fame, non sento la sete, non conosco stanchezza. É come se il freddo avesse ingoiato la mia umanità per intero, senza masticarla. L’ha mandata giù e l’ho sentita sparire.
Durante il giorno nessuno di noi esiste affatto. Di notte interrompiamo questa pratica folle. Ci fermiamo. O meglio, i tedeschi si fermano, noi partiamo. Ogni notte un viaggio atroce. Al buio zoppichiamo tra il pantano dei vivi e le fosse comuni, ci aggrappiamo alla vita come un cancro all’uomo. Perché poi, non so spiegarlo.
Qui abbiamo tutti la malaria. Mi accorgo di avere la febbre ogni volta che mi fermo per dormire. Febbre alta, credo. I brividi mi scuotono il corpo. Non capisco se è il freddo o la morte. Non riesco a stare fermo. I miei denti battono talmente forte da fare male. E’ un suono disumano, assolutamente innaturale. Di questo sono sicuro.

Non voglio morire, non prima di avere notizie di mio fratello.
Io e Antonio siamo partiti insieme. Militari italiani. Di casa mia ricordo solo quell’unica forchetta con cui si mangia a turno e il dolce profumo di mia madre che nessuno può strapparmi via. Arruolato a vent’anni, adesso ne ho ventiquattro. Cammino.

Ieri pomeriggio durante la marcia l’uomo davanti a me è crollato. E’ caduto sulle ginocchia, poi con la faccia nella polvere. Ho provato a sollevarlo, gli ho detto di alzarsi in fretta, l’ho supplicato di rimettersi in piedi, l’ho tirato su con tutte le forze. Il freddo della sua pelle mi brucia ancora sulle mani. Un tedesco mi ha puntato il fucile e mi ha gridato di continuare a camminare. Ho poggiato il cadavere a terra e quello gli ha frugato nelle tasche. L’avrei ammazzato, ma non ho potuto fare altro che restare a guardare.
Sento lo sguardo vuoto e mi sembra di non vedere più niente. Sento mia madre recitare preghiere a bassa voce. La vedo mentre dona tutto il suo oro a San Gabriele per riaverci indietro. Sento il rumore delle sue mani che sgranano il rosario. Invocazioni a Dio, alla Madonna, a tutti i santi del Paradiso. Mettici una buona parola per me, tu che li conosci. Diglielo, che la morte che ho seminato col cannone non l’ho voluta io. Diglielo che non lo sapevo cos’era la guerra. Digli che chiedo scusa e che l’assassino non sono io. Digli che ho capito, che può smettere questa punizione, che mi ha già ucciso troppe volte. E alla fine, ti scongiuro, chiedi loro a cos’è che stanno pensando, mentre qua l’inferno si rimangia la terra.
Credo sia passato un mese dalla nostra partenza, forse più. Camminiamo lungo una ferrovia. Si sentono delle voci. Voci straniere, dure. C’è un odore atroce. Lontano colonne di fumo scuro. Torno a respirare. L’aria nei polmoni è ghiacciata, me ne accorgo solo ora. Ci avviciniamo ad un recinto di filo spinato. Attraversiamo un cancello, passiamo al di sotto di una scritta incomprensibile. Qualche tedesco ride.
É un posto stranamente deserto. Si sentono migliaia di uomini ma non se ne vede nessuno. Scortati verso un grande edificio col soffitto molto basso, entriamo in uno stanzone pieno di panche. I soldati ci ordinano di spogliarci e legare vestiti e scarpe con la cintura della divisa, dicono che dobbiamo fare una doccia. Io eseguo, non so più fare altro che lasciarmi comandare. Mentre stringo la cintura intorno al mio fagotto però, qualcosa mi paralizza. Mi guardo intorno, siamo centinaia qui dentro. Come ritroverò i miei vestiti?
Il pensiero che forse non ne avrò più bisogno mi spegne il cuore.
Ci spingono nella stanza successiva. Grande quanto la precedente, ma con un lezzo insostenibile di morte e vuoto che mi squarcia il petto. Sento di impazzire, qualcosa non va. Qualcuno ha blindato la porta, non possiamo uscire. Ci hanno abbandonati qui da ore, senza traccia d’acqua, completamente nudi l’uno addosso all’altro, le luci che vanno e vengono. Vomiterei, se avessi qualcosa da tirare fuori.
Da qualche parte mia madre sta piangendo, deve sapere che sto per andare via.
Sentiamo delle urla dall’esterno, la porta si spalanca all’improvviso. I tedeschi gridano di uscire nella loro lingua infernale. Niente doccia. Sembrano spaesati. Lo siamo tutti. Qualcuno di noi mormora, forse, l’arrivo degli americani.
Ci spingono fuori in fretta, non ho trovato i miei vestiti. Io e una trentina di uomini veniamo caricati su un autocarro. Penso ad Antonio. Mi chiedo dove sia e sento di non poterlo raggiungere mai più. Per la prima volta dall’inizio di quest’incubo mi viene da piangere.
Viaggiamo per tutta la notte. Arriviamo alle porte di quello che sembra un ospedale. Ci scortano sul retro, poi aprono una botola sul terreno e ci buttano dentro. Vediamo l’apertura sopra di noi chiudersi e ingoiare l’ultimo spiraglio di luce. Non so dire da quanto tempo siamo in questo buco a marcire, un tempo sufficiente a tanti di noi per morire di fame o di sete. L’odore della decomposizione si mischia a quello dei nostri escrementi. Nessuno parla, nessuno ricorda il proprio viso, nessuno è più nessuno.

Poi un rumore di ruote sulle nostre teste, parole in una lingua diversa, la botola si apre.
Dei soldati si affacciano su di noi: gli americani sono arrivati davvero.

Sono tornato a casa due anni dopo la fine della guerra un pomeriggio di Febbraio. Non ricordo quasi nulla di quel periodo. Io non c’ero.

Mia madre sta lavando i panni davanti alla porta. E’ invecchiata. Una felicità impossibile le si apre sul viso, mi getta le braccia al collo. Il suo profumo mi sembra diverso.
E’ tutto così finto, tutto così sbagliato.
Mi trascina dentro casa e grida piangendo a mio padre:
«Vincè! Vincè! Ha ‘rvinut Giuvann!»
Quelle parole mi fanno sorridere senza allegria.
No, mammà, Giovanni non è tornato. Dalla guerra non si torna mica.
Antonio sarebbe tornato quindici giorni dopo.
Mio padre ebbe appena il tempo di salutarci, di nuovo insieme. Morì il giorno successivo. Gli mettemmo addosso il mio unico vestito buono. Mi piace pensare che sia morto di felicità.
Al suo funerale incrocio lo sguardo di mio fratello. Uno sguardo che conosce i miei stessi orrori.
In quegli occhi trovo il modo di respirare ancora.
Dentro quegli occhi capisco che sono ancora vivo.
Soltanto adesso Giovanni è tornato dalla guerra.

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