RL – FUORI STAGIONE, FUORI POSTO – PAMELA GOTTI

FUORI STAGIONE, FUORI POSTO

Di PAMELA GOTTI

“Vediamo se aggiungendo un po’ di dragoncello ti piace di più ”

La nonna ce la metteva tutta per farmi mangiare qualcosa, mingherlino e pallido com’ero. Temeva che il vento invernale, molto forte dalle nostre parti, mi avrebbe portato via.

Al paese la nonna veniva chiamata proprio come il vento, Bora, vista l’irruenza con cui entrava nella vita delle persone, tagliando gelida ogni parola superflua.

Quella mattina di marzo nessuno si stupì nel vederla volare attraverso le case, glaciale come sempre era stata in vita. I più anziani portarono una corona di fiori sulla sua tomba, con la scritta “Per sempre nel vento”.

Ed ecco come tutto iniziò.

Quando la nonna era una ragazza lavorava come cuoca nella villa dei signori del villaggio. Ogni giorno preparava patate arrostite nel grande focolare della cucina, ben insaporite da aglio abbondante ed erba cipollina. Puliva i cardi e i carciofi fino a farsi diventare le mani nere e tagliava cavoli cappucci così sottilmente da riuscire a vederci attraverso.

Successe un giorno che la figlia del fornaio si ammalò di una febbre così forte da renderle la faccia gialla e il medico del paese non sapeva che pesci prendere.

In quei giorni tra le foglie di zucca dell’orto dei padroni, la nonna trovò un grosso e succoso pomodoro, fuori stagione e fuori posto. Siccome non è mai stata impressionabile, nè scettica, la nonna raccolse il pomodoro, lo pulì col grembiule e lo portò in cucina. Decise, senza rifletterci poi tanto, di farne un impasto grasso, aggiungendo delle olive pestate grossolanamente, del tuorlo d’uovo e della radice di Kren (anche detto rafano, altrove) che lo avrebbe reso più potente. Si diresse sospinta da un forte vento di bora (che in quei giorni infuriava scoperchiando fienili e rovesciando botti) fino alla casa del fornaio.

L’odore di zuppa di cipolle le punse il naso entrando e decise che lì avrebbe versato il suo intruglio. Ne versò con abbondanza nella ciotola della ragazza e poi la imboccò finchè non l’ebbe terminata, sotto gli occhi spenti e rassegnati della madre.

Il rosso di quel lucido pomodoro ben presto si trasferì sulle guance della malata che (appena la Bora si ritirò dietro le montagne riportando la quiete al paese) si alzò dal letto risanata e più alta di una spanna.

Successe ancora che la nonna trovasse strani frutti nell’orto della villa, più e più volte, e sempre il vento la sospinse laddove ve ne fosse bisogno.

Così quel mattino, quando trovò un’enorme anguria (“Avrà avuto venti chili”, dicono tuttora i ricordi degli anziani) in pieno inverno sotto al castagno, andò subito a prendere la carriola, diretta senza esitazioni al Rifugio. Lo chiamavano così, a quei tempi. Ora è un vecchio rudere in prossimità del bosco, ma durante la guerra fu un approdo di pace per fuggiaschi, tale era il suo mimetismo tra i rami di nocciolo e di quercia.

La nonna aprì in due l’anguria con un colpo d’ascia e ripose le due enormi fette sul tavolaccio, nell’unico stanzone del rifugio. Vi versò sopra semi di senape, farina di mais e foglioline di tarassaco (“per conservare e per insaporire, disse”).

Quell’inverno la Bora non smise di soffiare neanche un attimo, tenendo lontani i soldati nemici, e l’anguria diede da mangiare per mesi a tutti gli abitanti del paese. Ogni giorno offriva un diverso sapore. Ne bastava un pezzettino per gustarsi un piatto di arrosto con contorno di barbe rosse, oppure una zuppa di farro e zucca o, ancora, fagioli in umido e tenere cicorie.

I suoni provenienti dagli stomaci dei commensali ne dimostravano, alla fine del boccone, la sostanziosità.

Quando la guerra finì e la primavera prese a dare i suoi frutti, l’anguria seccò. La nonna ne raccolse i semi e li piantò nell’orto, ma si accorse ben presto che non avrebbero prodotto alcun germoglio.

La sua magia era legata alla necessità e i frutti dovevano nascere spontaneamente, fuori stagione e fuori luogo. A lei poi toccava miscelarli con ingredienti adatti allo scopo (anche se non sempre lo conosceva) e al vento portarla a destinazione (il quale qualche tempo dopo la spinse proprio addosso a mio nonno, ma questa è un’altra storia).

“Ernesto! Smetti di stare con le mani in mano e la testa per aria. Corri a prendere lo zucchero e le uova al negozio, devo preparare il dolce per il compleanno della signora!”.

Era il giorno del solstizio d’inverno, io ero ormai un ragazzo e passavo i pomeriggi nella villa con la nonna, che ancora manteneva il suo piglio da guerriera (o da vecchia strega come dicevano i miei  compagni di classe per prendermi in giro).

Mi infilai il cappotto, la sciarpa e uscii. La Bora infuriava così tanto che dopo pochi passi mi fece volare via la banconota da mille lire che mi era stata consegnata poco prima e che stringevo forte in mano (o almeno così mi sembrava).

L’idea di affrontare la nonna e raccontarle l’accaduto mi fece rizzare i peli sulla nuca e iniziai ad inseguire quel foglietto con tutta la forza che avevo nei piedi. Corsi sul marciapiede finchè non si trasformò in strada sterrata e poi in sentiero e mi ritrovai di botto nel bel mezzo del bosco. Le mille lire finalmente si fermarono sotto una pianta di sommaco e infilai la testa bionda e spettinata tra i rami spogli. La banconota non c’era più, ma allungando il braccio mi ritrovai in mano un peperoncino. Già, un lungo e flessuoso peperoncino rosso.

Non ho mai avuto il carattere della nonna, io. Le cose strane mi stupivano e continuano a farlo. La mente razionale continuava a girare intorno a quello che stavo vedendo e a porsi infinite domande, cercando risposte poco verosimili.

Tornai alla villa tremante e affrontai la nonna raccontandole per filo e per segno l’accaduto, temendo il peggio. Invece la nonna mi abbracciò, prese il cappotto e uscì, dicendo che doveva andare a prendere l’occorrente per il dolce.

“Usa pure la cucina come credi”, aggiunse chiudendo la porta dietro di sé.

Ricordo il senso di vuoto che sentii improvvisamente dentro la pancia e i pensieri che smettevano di scappare incontrollati, preferendo una lentezza fluida e determinata. Mi spostai tra la credenza e il vecchio frigo, scegliendo odori e sapori, semi o radici, foglie o bacche. Mi misi al mortaio,  leccando ad ogni aggiunta il prodotto del mio lavoro, sentendo un pizzichio nel naso molto vicino al piacere sensuale, crescente e progressivo, al ritmo del battito cardiaco in accelerazione.

Quando la poltiglia mi sembrò pronta e diedi l’ultimo assaggio, fu tale l’impatto che caddi a terra privo di forze.

La Bora dovette fare uno sforzo per richiamarmi all’ordine, sbattendo forte sulle finestre e infilandosi nella cappa del camino, prima di spingermi a casa della maestra e farmi versare la mia cremina rosata nella sua tazza di tè, mentre lei cercava i biscottini da offrirmi (allora non ne conoscevo lo scopo, ma poi seppi che finalmente riuscì a dimenticare il suo antico amante che l’aveva abbandonata e ad  innamorarsi del signor Piero, che la osservava dalla vigna ogni mattina, mentre lei ignorava il suo sguardo e procedeva spedita verso la scuola).

Ora sono un uomo grande e grosso e quando compongo i miei miscugli magici riesco a dominare meglio l’emozione rispetto a quella prima volta, ma non posso evitare di sentire quel formicolio nel naso che poi mi indica perfettamente dove devo andare e cosa devo fare.

La nonna morì pochi mesi dopo e nessun frutto venne verso di me per aiutarla.

La piansi inconsolabile per giorni e giorni, finché tra i crochi appena sbocciati nel mio giardino  non trovai un piccolo fiore di zucchina e la mia mente si accordò lenta ad un nuovo ritmo, per una nuova ricetta.

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