RL – DIVIETI – RENATO BOSSI

DIVIETI

Di RENATO BOSSI

«Cerchiamo di evitare la ghigliottina. Dal racconto delle cause che ti hanno portato al delitto forse possiamo far emergere delle attenuanti.»

«Avvocato, non desidero attenuanti. Meglio la ghigliottina che questa puzzolente galera.»

«Racconta comunque. Un processo comporta un’infinità di variabili. Non escludiamo nemmeno la possibilità di una grazia.»

«Ebbene, la condizione assolutamente dominante nella mia vita è stata l’intolleranza nei confronti dei divieti. Fin dall’infanzia mi sono sentito messo in catene dai miei genitori: “Questo non si può, quest’altro non si deve, non fare, non dire, non toccare, non mangiare, non muoverti.”

Poi, alla famiglia si sono aggiunti gli insegnanti e la scuola, la religione, la società, la nazione, che stringevano in una morsa le mie capacità intellettuali e fisiche, in un sovrapporsi di divieti via via più organizzati e astratti.»

«Ogni essere umano è soggetto a tali costrizioni. Qualsiasi forma di società si basa su di esse.»

«I più accettano i divieti di buon grado, convinti che la giustizia debba esprimersi autorevolmente con la forza delle imposizioni. Così quel che fa il babbo è sempre ben fatto e i genitori ti proibiscono qualcosa sempre nel tuo interesse, gli insegnanti impediscono la tua libera espressione perché sanno tanto di più, lo Stato si impone per il bene comune. Quanto a me, invece, non mi sono lasciato imbrogliare: ho sempre vagliato criticamente e contestato razionalmente i divieti, non trovandone uno veramente del tutto fondato.»

«Sei ancora legato ai meccanismi mentali di contestazione propri dell’adolescenza. Non hai saputo elaborare una ragione di vita. Questa potrebbe essere un’attenuante, se abilmente presentata nell’ambito di una perizia psichiatrica.»

«Con la crescita intellettuale ho saputo sviluppare due soluzioni contrapposte: la fuga e la ribellione. Quanti ne sarebbero capaci? Altro che blocco psichico allo stato adolescenziale!»

«Spiegati.»

«La fuga lungo la strada della musica, totale occupazione mentale con lo scopo di dare una pausa al risentimento, ma anche vera energia liberatoria: suonavo discretamente la batteria, pur trovando un limite proprio nell’eccessivo impeto con cui percuotevo, talvolta perfino con i pugni, i piatti e i tamburi, accompagnando i gesti con urli non certo previsti dallo spartito.

La ribellione, come sa, la realizzai con l’adesione al movimento anarchico più estremista. Ma vorrei dire che la vera ribellione l’ho realizzata convivendo con Nerina, terrorista fascista: in questo modo ho sfidato ogni divieto, perfino l’energica disapprovazione dei miei compagni di ideologia, permissivi, loro, per definizione e vocazione.»

«Te li sei cercati, i divieti. Vedi: sei un adolescente provocatore desideroso di scontri con mitici mostri. Inoltre non fornisci alcuna ragione del delitto.»

«Esiste eccome una ragione per la quale ho ucciso Nerina: sapeva motivare in modo maledettamente incontrovertibile i divieti che mi imponeva!»

«Sono convinto che una perizia psichiatrica possa essere di grande utilità: semi infermità mentale, qualche anno di osservazione in un ospedale psichiatrico criminale, poi assoluta libertà. Ci aiuta anche il fatto che Nerina fosse una povera idiota senza protezioni, oltre che una pericolosa mina vagante per la società: la sua eliminazione è tornata utile a tutti.»

«Non comprende nulla, avvocato, in conformità al suo qualunquistico inquadramento nel sistema.

Le motivazioni con cui Nerina giustificava i divieti mi incastravano nell’angolo dell’impotenza ancor più dei divieti stessi. Il sordo risentimento procurato dal divieto si associava al livore per l’incapacità di obiettare validamente. Nelle situazioni più irritanti il livore diventava furore: picchiavo Nerina, ma lei mi guardava con aria inespressiva, quasi con indifferenza, come se nulla stessa accadendo. E sa perché? Perché subendo i suoi divieti non contavo nulla nella sua considerazione. Quando mi volle convincere, con argomentazioni frutto non di ragione, ma di pura dialettica, che non mi era premesso tradirla mentre i tradimenti da parte sua erano più che giustificati, imbestialito l’ho ammazzata a randellate.»

«Sicuro, una sensazione di insormontabile inferiorità può essere causa di cieca violenza. Soverchiato da motivazioni intellettuali, l’uomo che può farsi forza del vantaggio in termini di fisicità reagisce da bestia. Molto spesso però, una volta commesso il delitto, al furore si aggiunge il terrore e l’omicida, ormai privo di ragione, non trovando un rimedio né una via di scampo, commette madornali errori. Talvolta giunge a togliersi la vita.»

«In effetti ho commesso un errore: proprio come una bestia in situazioni di pericolo torna alla sua tana, sono tornato al mio paese, dove avevano avuto origine i primi divieti e le prime loro conseguenze. Là, dopo lunga assenza, mi ha riconosciuto soltanto mio fratello, uomo di grande successo in virtù della capacità di eludere i divieti. “Mi assumerò io ogni colpa”, disse, sicuro della propria abilità. “Saprò senz’altro come cavarmela.”

Non accettai l’offerta, umiliato dall’essere messo in disparte nel momento in cui avrei dovuto trovare io stesso una via d’uscita. Veniva riproposto, sostanzialmente, ancora un divieto: “Tu non ti muovere, ci penso io!”

Del tutto frastornato non ho saputo fare altro che consegnarmi alla polizia. Incredibile! Sì, proprio al simbolo del divieto e sua massima attuatrice.»

«Gli errori commessi sono dovuti a reazioni inconsulte, non dissimili da quelle di un folle. Ribadisco, non sarà difficile invocare attenuanti con una difesa bene orchestrata.»

«No, voglio trovare io stesso il modo di riscattare il mio comportamento omicida, che potrebbe apparire assurdo, con motivazioni razionali. E ve ne sono di tali motivazioni, basti considerare che i divieti si fondano sull’interesse di alcuni, non sul ragionevole interesse di tutti. Se non sarò in grado di convincere la corte giudicante, allora affronterò la ghigliottina.»

 

Il riverbero dei passi dell’avvocato e della guardia si fa strada nel silenzioso corridoio del carcere, lasciando indietro il cigolio e il colpo secco della chiusura della porta della cella.

Ma nella testa dell’avvocato prevale il rimbombo delle argomentazioni dell’omicida.

«Jean, ti pare che ci sia qualcosa di strano nel comportamento di quel detenuto?»

«No, avvocato. E’ molto pensieroso, come tutti i detenuti da poco arrivati e da poco catturati.»

«Nella mia lunga carriera di avvocato non avevo mai udito una simile razionalizzazione di idee e comportamenti assurdi.

Voglio riconsiderare il tutto con calma, tenendo ben fermo l’assioma secondo cui non sono tollerabili aberrazioni né dalla morale naturale, né dall’ordine sociale fondato su giuste opinioni e sulla convenienza dei più.

Di una cosa comunque sono certo fin d’ora: questa storia finirà con un suicidio.»

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